Maestro, statti a Roma tu! Qua a Bari sta succedendo di tutto. Hanno venduto il palazzo Mincuzzi, quello di Via Sparano e – soprattutto – sono andati a rubare a San Nicola direttamente da dentro alla Basilica. Dì tu dì.
“Speravo che questa volta volessi finalmente parlare della politica interna italiana, prima obnubilata dal Covid e ora inabissàtasi a causa dell’infame invasione russa della Ucraina. Ci sono un sacco di questioni che bussano alla porta, che stanno per esplodere, che vogliono soddisfazione…”.
Mo’ parliamo di cose nostre…
“Del fatto che sta per esplodere il caso-Emiliano? Della sua incontenibile autonomia rispetto al Pd nazionale? Dell’anomalia delle sue alleanze e amicizie a destra? Della candidatura Pd a sindaco di Barletta bocciata dal Pd nazionale? Della messa a disposizione di Letta del proprio mandato da parte del segretario regionale?”.
Bello bello, come fuggi! No politica. Oggi parliamo di Mincuzzi, di via Sparano e di San Nicola…
“Che uno sbagugliato sia venuto a suonare in casa del suonatore, dopo 935 anni, praticamente un millennio, non mi pare una grande tragedia. E poi il tesoro di San Nicola è stato ritrovato, no? Non dimenticarti che i baresi, nel 1087, non andarono a Mira per rubare semplicemente un anello d’oro, un evangeliario con le tre sfere d’argento e un medaglione con la fiala della sacra manna, come si è permesso di fare quel disperato tunisino. Si fregarono proprio le ossa del santo, il più grande santo dell’epoca. Diciamo che ci è andata sinora alla grande, ringraziando sempre San Nicola”.
E Mincuzzi? E via Sparano? Hai ricordi da sciorinare? Via Sparano era la via dei ricchi; via Manzoni quella di tutti gli altri; via Melo quella dei grossisti. Il giovedì “scendevano” dalla provincia…
“Cominciamo dall’inizio. Con un assetto urbanistico e una stortura come il fascio di binari e la stazione che tagliano in due la città, dividendo quella ottocentesca da quella novecentesca, proprio attorno a quest’intoppo ferroviario si conformarono, con naturalezza, le pratiche commerciali che resero ricca la città, con i coraggiosi grossisti che compravano vagonate di tessuti dominando un mercato assai vasto. Una volta, ogni semana tanti merciaiuoli, per accattare la robba da loro, venivano da Lecce, da Matera o dalla Calabria, scendevano alla stazione, facevano cinquanta passi e si affacciavano al magazzino di via Melo o di via Argiro. La robba ordinaria che ci serviva per i clienti loro, quei merciaiuoli se la facevano portare con il carrùccio dai lavoranti del magazzino sino alla stazione, anzi sino al binario, di più: alla salita del treno, quando non addirettamente dentro allo scompartimento. E, prima di ripartirsene per i paesi loro, facevano però uno zompo in via Sparano, alle spalle di via Argiro, per accattare dentro a quei negozi la robba bona per loro stessi e per le mogghiere e i fìgghi loro, cosicché i grossisti nostri asfruttavano quei merciaiuoli pure per le esigenze personali oltre che per quelle dei clienti loro…
Che fai ti citi? Guarda che il tuo romanzo La scordanza l’ho letto anch’io. L’hai descritta bene la Bari dove contavano le tre aperture: l’apertura di bocca, l’apertura di conno e l’apertura dei negozi. Ma poi è cambiato tutto?
“Le tre aperture, cioè il cibo, il sesso e il commercio, continuano a dominare la vita non solo dei baresi, ma dell’intera umanità. Ma il resto, certo, è cambiato tutto. Il mercato, il consumismo, la globalizzazione, le produzioni cinesi, l’immigrazione… Il bacino commerciale unificato Puglia-Basilicata-Molise-Calabria, che reggeva pure un mercato informativo unificato…”.
Come ti piace ricordare che fosti proprio tu, nel 1979, a far saltare l’ecumenismo informativo creando il Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto! Marpione…
“… Quel bacino commerciale non esiste più, ognuno per la sua strada. I grossisti baresi sono stati rimpiazzati, i loro eredi fanno altro, campano di rendita e si dedicano alle boutiques. Via Manzoni – regno dei consumi di noi povere famiglie, proletari e sottoproletari e poi fiorenti famiglie piccolo-borghesi del quartiere Libertà – come poteva sopravvivere alla nostra scomparsa come ceto e all’arrivo di tanti nuovi paesani, nuovi proletari e sottoproletari animati dalla speranza di imborghesirsi, ora, anch’essi? L’impressione è che l’unica cosa che si è gonfiata – spinta dal consumismo – sono le boutiques di via Sparano, che hanno colonizzato col tempo via Melo e via Argiro con tutte le traverse annesse e connesse. Così come, non contraddittoriamente, i bar, le rosticcerie e il magnamagna, prima rigorosamente esclusi dal salotto della città, ora lo hanno invaso. Ricordo vagamente da bambino un solo bar in via Sparano, il bar Vox, dove facevano una deliziosa e succulenta pasta-percoco. Ora -come rilevano le cronache- la prima via dello shopping sta cambiando fisionomia con l’apertura di attività di ristorazione come pub e ristoranti. E leggo che pure per il palazzo Mincuzzi si parla ora di pizza e di un segmento commerciale luxury. Non mi meraviglierei se in Corso Cavour aprisse una filiale del Crazy Pizza di Briatore. È l’omologazione, bellezza! Prima la netta divisione: fra quartiere Murat e quartiere Libertà, fra via Sparano e via Manzoni. Oggi invece hai un corpaccione commerciale esteso e omologato, naturalmente in congiuntura critica – ma debbo dire anche espressione di un gran gusto, specie nel campo delle confezioni – circondato da una immensa periferia in crisi strutturale e con prospettive imperscrutabili”.
Come mai, per un pezzo pregiato come Mincuzzi, i compratori sono arrivati dalla provincia? I commercianti baresi hanno ancora lo spirito levantino che li ha resi famosi? Sono andati a rubare le ossa di San Nicola, hanno costruito un teatro con i soldi loro, hanno reso il quadrilatero murattiano un centro commerciale ante litteram, a cielo aperto…
“Guarda che sull’apporto dei quattrini della provincia –insieme all’arrivo di donne e uomini in gamba– si è retto lo sviluppo e si è creata la grandezza di questa città. Perché, secondo te, Sanda N’col’ iè amand’ d’ l’ frastiir’? La risposta è semplice: perché i forestieri portano tornesi. Come sai, la stessa impresa di Mira nel 1087 ebbe più o meno questo obiettivo: attirare forestieri, turismo e quattrini. Ricordo che il portentoso sviluppo edilizio di Bari, ancora negli anni Sessanta – con tutte le sue storture urbanistiche, il mancato disegno strategico, l’abbattimento sistematico di palazzi sette-ottocenteschi, ecc. – mise in moto straordinari meccanismi di ricchezza, di lavoro e di realizzazioni abitative. Numerosi capimastri, senza una lira, si improvvisarono imprenditori edili. Contando sull’assenza (non casuale) di un vero e severo piano regolatore, si facevano affidare dai proprietari, spesso anch’essi senza una lira, i vecchi, bei palazzi a uno o a due piani. Al loro posto costruivano un palazzo di cinque/sette piani. Alla fine dei lavori, ripagavano i vecchi proprietari con due/tre appartamenti moderni, ricavando i soldi per le spese, per il loro guadagno e per nuove, analoghe intraprese edilizie dalla vendita degli altri piani alla gente di paese che voleva venire a vivere o comunque investire a Bari. Di certo, anche allora, al centro di tutto c’erano che i tornesi arrivavano dalla campagna. Bari è una spugna. Come peraltro San Nicola, che assorbì le peculiarità di decine di divinità precristiane e proto-cristiane e divenne protettore nel tempo di centinaia di categorie, professioni e mestieri”.
Chiudiamo sul nostro drammatico presente: si può dire che dove c’è commercio non c’è solo scambio materiale, ma anche scambio umano? Che dove c’è commercio non ci può essere la guerra…
“Certo, il commercio è scambio materiale, umano, culturale, sociale. Ma che non ci possa essere guerra dove c’è commercio la vedo un po’ più complicata. Tanto per cominciare, è difficile pensare alla guerra senza tenere conto del commercio delle armi. Ed è difficile, per esempio, pensare a quello che sta succedendo in Ucraina e quindi tra Russia, Stati Uniti, Cina ed Europa, senza tenere d’occhio anche il mercato del petrolio, del gas, del grano, delle produzioni cinesi…”.
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