Cominciamo per bene. Chi è Pino Pisicchio?
Pino Pisicchio è professore ordinario di Diritto Pubblico Comparato nella Università degli Studi Internazionali di Roma, giornalista professionista, saggista, scrittore, autore di decine di libri. È stato deputato per sei legislature dal 1987 al 2018, parlamentare europeo, più volte sottosegretario di Stato, presidente della Commissione Giustizia e del Gruppo Parlamentare Misto alla Camera. Rappresenta il governo italiano nella Commisione dell’UNESCO.
Detto questo veniamo alla sua ultima fatica letteraria: La politica come professione. Sottotitolo: Non-manuale per carriere, milititanze e cittadinanza. Edito da Rubbettino.
Una volta c’erano i partiti, ormai persi nella notte scontornata della memoria collettiva. Erano case larghe, madri e padri, capaci da dare risposte a tutto e a tutti. Magari questo era troppo. Ma bisogna dire che quei partiti risultavano rassicuranti per la loro continuità. Oggi chiamiamo partiti dei “brand” effimeri, concepiti con gli stessi criteri di un prodotto commerciale destinato a durare una stagione o poco più. Fino a quando il consumatore non arriva a stufarsi e comincia a reclamare -con la sprezzatura sul viso che ha il cliente insoddisfatto- un nuovo brand. Ecco: il vero passaggio epocale che ha fatto la politica è stato il transito verso la categoria del commercio dei prodotti accessori, quelli che si impongono non per l’utilità di cui sono portatori, ma per la gradevolezza del packaging che li involve.
Partiti e politica stavano insieme, essendo gli uni lo strumento dell’altra e, per dirla in modo aulico, il sale della nostra democrazia costituzionale. La scomparsa dei partiti -per l’estinzione di ciò che li faceva vivere, tipo democrazia interna, militanza, insediamento territoriale, saldo legame tra locale e nazionale, programmi, idealità- ha trascinato in un buco nero la politica. Modificando non solo le sue declinazioni tradizionali, ma anche la rappresentanza. O, se volete, le carriere politiche e i meccanismi che le promuovono.
Si è parlato e scritto spesso di incompetenza e di de-merito al potere. La verità è che ogni attività umana, ancorché concepita in modo non professionale, ha le sue regole ed esige competenza: insomma, va svolta con professionalità. Una volta ci pensavano i partiti a formare la classe politica: il PCI aveva le Frattocchie, la DC la Camilluccia, e così tutti gli altri. Non si arrivava al vertice dello Stato ignari dei rudimenti della cultura politica. Oggi, salvo sparute e limitate esperienze di scuole, sorte per iniziative di privati o di Università, ma circoscritte nel tempo e nell’ambizione, nessuno provvede alla formazione del “ceto” che quotidianamente ci manda messaggi deliranti nei pastoni dei tiggì: si arriva in politica nudi e digiuni. Magari con l’aspirazione di coprirsi con gli abiti blu ministeriale e satollarsi a dovere.
Max Weber, in una sua celebre conferenza a Monaco, nel 1919, parlò del politico come di un professionista, anzi, parlò di beruf che in tedesco contiene i concetti di “professione” e di “passione”. Il titolo del libro parla, invece, di “mestiere”, parola che raccoglie un deposito di manualità, quasi di artigianalità-confinante con l’arte. Il cliente si sceglie il “professionista” per la sua capacità di erogare prestazioni, esaurendo il rapporto col pagamento. Con l’artigiano-quasi artista, c’è anche un rapporto, una storia, una dimensione umana.
“La politica come professione” cerca di mettere una piccola pezza al vuoto di conoscenza della politica così com’è. Nel rumore assordante della comunicazione quotidiana che l’avvolge manca la cognizione della sua essenza, delle sue origini, delle filosofie che l’hanno nutrita, del suo farsi istituzione, del suo orizzonte attuale e futuro. Il libro prova a dare qualche risposta, partendo dall’abbiccì ma anche dall’esperienza sul campo dell’autore, per una trentina d’anni nelle istituzioni parlamentari, italiane ed europee, nel Governo nazionale e locale, ma anche giornalista in attività di servizio e costituzionalista impegnato nei profili della comparazione tra istituzioni politiche italiane e straniere.
Il libro è diviso in tre parti: La prima si intitola Come nasce la politica e racconta delle origini, della nascita del partito, delle ideologie e della loro esperienza concreta in Italia; la seconda spiega Come vive la politica, ed entra nel dettaglio delle leggi elettorali, da cui viene generata e delle peculiarità della politica italiana; la terza parte è dedicata al Come muore la politica, e ne approfondisce i mali (corruzione, clientelismo, nepotismo, lottizzazione, raccomandazione ecc.), le malattie professionali, attraverso le sindromi più diffuse, le degenerazioni (populismo, sovranismo, democratura) e racconta del tramonto dei partiti e dell’avvento del leaderismo indicando nuove chiavi di interpretazione del fenomeno politico attraverso la psicanalisi e la massmediologia.
Le conclusioni del libro sono dedicate all’orizzonte futuro, al ruolo ridotto della rappresentanza nelle assemblee elettive in favore di un numero ristretto di decisori, all’incombente egemonia della finanza, alla compressione della sovranità nazionale, alla “politica digitale”, fra transizioni distopiche e possibili resilienze. Al “fine” della politica, depurata dalle sovrastrutture ideologiche, che è e non può non essere la felicità.
Chiude il libro una bibliografia essenziale.
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