In un tempo in cui ogni istante viene fotografato, molte immagini finiscono nella memoria dello smartphone e faticano a diventare ricordo nella memoria dei protagonisti.
Vale per i matrimoni, dove le coppie cercano fotografie capaci di restituire emozioni vere senza trasformare il giorno delle nozze in un set. Vale per il ritratto professionale, dove imprenditori, medici, manager e liberi professionisti hanno bisogno di mostrarsi autorevoli senza perdere autenticità.
Tra Lucera e Pescara, Pino Coduti ha costruito un percorso che attraversa fotografia di matrimonio, ritratto, ricerca artistica e progetti internazionali.
Maestro Fotografo Europeo, pluripremiato in Italia e all’estero, Coduti unisce tecnica, cultura visiva e una sensibilità rara nel leggere le persone prima ancora di fotografarle.
In questa intervista parliamo con lui di reportage, paure degli sposi, spontaneità, memoria, immagine professionale e del valore di uno sguardo nato in Puglia, ma abituato a confrontarsi con una scena fotografica internazionale.
1. Nel suo sito si definisce “fotografo e narratore”. In un tempo in cui produciamo immagini continuamente, cosa permette a una fotografia di raccontare una storia oltre la superficie dell’immagine?
La differenza tra uno scatto e una storia sta in una sola cosa: l’intenzione.
Oggi produciamo immagini a una velocità che la memoria non riesce più a elaborare. Ogni evento viene fotografato centinaia di volte, eppure pochissime di quelle immagini diventano un ricordo vero, qualcosa che tra dieci o vent’anni qualcuno riguarderà provando ancora emozione.
Quello che cerco è l’istante che contiene tutto: il gesto che anticipa un’emozione, lo sguardo che non sa di essere osservato, la luce che cade nel modo giusto su una scena che durerà mezzo secondo. È ciò che Henri Cartier-Bresson chiamava il momento decisivo, e che io, dopo oltre trentacinque anni, continuo a inseguire con la stessa curiosità degli inizi.
Narrare con la fotografia significa scegliere cosa merita di essere salvato del tempo che passa. In fondo, fotografare è anche questo: fare un piccolo editing della memoria.
2. Molte coppie arrivano al matrimonio con una paura: sentirsi poco fotogeniche, apparire rigide, non riconoscersi nelle immagini. Da dove parte il suo lavoro per trasformare questa ansia in fiducia?
Parto sempre dall’ascolto, non dalla macchina fotografica.
La rigidità che vedo in certi ritratti non nasce dalla scarsa fotogenicità, che spesso è solo una convinzione errata. Nasce quando qualcuno viene messo davanti a un obiettivo senza sentirsi davvero a proprio agio con chi lo sta fotografando.
Il mio lavoro inizia settimane prima del matrimonio, con un briefing in cui parliamo a fondo: di loro, di come immaginano la giornata, di ciò che temono e di ciò che desiderano davvero. Non è un incontro tecnico. È il momento in cui cominciamo a costruire fiducia.
Quando arriva il giorno delle nozze, non sono più uno sconosciuto con una macchina fotografica. Sono qualcuno che li conosce. E quella fiducia, nelle immagini, si vede sempre.
3. Gli sposi desiderano fotografie spontanee, ma allo stesso tempo si aspettano immagini curate, forti, memorabili. Come si guida una coppia mantenendo intatta la sua naturalezza?
È una delle sfide più belle del mio lavoro.
Le coppie vogliono sentirsi spontanee, ma allo stesso tempo desiderano immagini forti, curate, capaci di restare nel tempo. Io cerco di conciliare queste due esigenze attraverso quella che chiamo regia invisibile.
Non imposto pose nel senso classico del termine. Creo piuttosto situazioni: un percorso da fare insieme, un gesto semplice, un momento di attesa. Dentro quello spazio, l’emozione accade naturalmente.
La cura dell’immagine nasce dalla conoscenza della luce, del timing, della composizione costruita in frazioni di secondo. La naturalezza nasce invece dalla fiducia.
Quando queste due dimensioni si incontrano, accade qualcosa di speciale: la fotografia è spontanea, ma è anche il risultato di attenzione, esperienza e sensibilità.
4. Oggi molte coppie arrivano con riferimenti visti su Instagram, Pinterest o nei matrimoni degli altri. Come si distingue l’ispirazione utile da uno stile che appartiene ad altri?
L’ispirazione è un punto di partenza, non un punto di arrivo.
Quando una coppia mi porta immagini di riferimento, le guardo insieme a loro non per replicarle, ma per capire cosa le ha colpite davvero. Spesso non è lo stile tecnico. È l’emozione trasmessa da quella luce, l’intimità di quello sguardo, la leggerezza di quel momento.
Il rischio del “voglio le stesse foto di…” è inseguire qualcosa che appartiene già a qualcun altro.
Il racconto di un matrimonio deve essere irripetibile, perché quel giorno lo è. Il mio compito è aiutare ogni coppia a scoprire che il proprio stile esiste già: nel modo in cui si guardano, in come si cercano, nei luoghi che hanno scelto.
5. Nel giorno del matrimonio il fotografo deve essere presente nei momenti decisivi, seguire ciò che accade e rispettare il ritmo della festa. Qual è il confine tra reportage, discrezione e responsabilità del racconto?
Il reportage autentico richiede una forma di invisibilità attiva.
Sembra quasi un paradosso, ma spesso il fotografo migliore, nei momenti più delicati, è quello che quasi non si nota.
La mia formazione nel fotogiornalismo di matrimonio, anche attraverso Wedding Photojournalist Association e Artistic Guild of the WPJA, mi ha insegnato a leggere la giornata prima che accada: capire dove sarà la luce tra un’ora, intuire un gesto un attimo prima che avvenga.
La responsabilità del racconto è non perdere ciò che conta davvero: lo sguardo di una madre durante la cerimonia, un abbraccio tra amici di una vita, un bambino che si addormenta durante la festa.
Spesso sono dettagli che quasi nessuno nota mentre accadono. Poi, quando le fotografie arrivano, diventano i ricordi più amati.
6. Quando una coppia sceglie il fotografo per le proprie nozze, spesso confronta pacchetti, prezzi, album e tempi di consegna. Secondo lei, quali aspetti dovrebbe valutare prima di affidare a qualcuno la memoria visiva di quel giorno?
Il prezzo conta, naturalmente. Ma raramente è la domanda più importante.
La vera domanda, secondo me, è: questo fotografo riesce a farmi sentire qualcosa?
Il problema dei pacchetti standard è che tendono a omologare. Si sceglie una fascia, si spuntano opzioni, e spesso si finisce con un servizio pensato per una media statistica di coppia.
Io lavoro in modo opposto: con un approccio sartoriale.
Il servizio non nasce da un listino rigido, ma viene costruito intorno alle persone, alla loro sensibilità e al tipo di racconto che desiderano.
E poi c’è un aspetto spesso sottovalutato: incontrare il fotografo. Ascoltare come parla del lavoro, del matrimonio, di loro. Perché con lui passeranno dodici o quattordici ore di una delle giornate più importanti della loro vita. Ed è proprio lui ad avere la responsabilità di custodire ciò che resterà.
7. Lei ha ricevuto riconoscimenti importanti, dal titolo di Maestro Fotografo Europeo alla Medaglia d’Oro FIAP, fino ai premi nei circuiti internazionali dedicati al matrimonio, al ritratto e alla fotografia artistica. Al di là dei premi, che cosa le hanno insegnato oltre trent’anni di lavoro con le persone?
I premi fanno piacere, certo. Sono conferme importanti del proprio lavoro e della propria visione.
Ma col tempo capisci che il valore più grande non è la medaglia in sé. Aver ricevuto riconoscimenti in ambiti diversi, dal matrimonio al ritratto, dal paesaggio alla street photography, e aver fatto parte a mia volta di giurie internazionali mi ha confermato una cosa fondamentale: la visione viene prima del genere fotografico.
Non è il soggetto a fare il fotografo. È lo sguardo.
La lezione più importante, però, l’ho imparata dalle persone che si sono fidate di me in momenti irripetibili della loro vita. Quando qualcuno ti affida la propria storia, ti sta affidando qualcosa di molto prezioso.
8. Negli ultimi anni ha portato nel matrimonio anche l’Infrarosso Cromatico, tra i primissimi fotografi al mondo ad averne fatto un linguaggio autoriale applicato al wedding: uno sguardo che mostra ciò che l’occhio umano normalmente non percepisce. Che cosa aggiunge questa tecnica al racconto di una coppia?
L’infrarosso cromatico apre una porta su un mondo che esiste già, ma che l’occhio umano normalmente non percepisce.
Ho iniziato da ragazzo con le pellicole Kodak destinate a usi scientifici e militari, lavorando accanto a mio padre Carmine che sapeva come svilupparle in camera oscura. Oggi utilizzo fotocamere convertite appositamente, ottenendo file RAW direttamente dal sensore: non filtri, non artifici in post-produzione.
Dal punto di vista fisico è sempre luce, ma su una lunghezza d’onda diversa rispetto al visibile. Visivamente è come osservare la realtà su una frequenza diversa: il fogliame e gli incarnati sembrano irradiarsi dall’interno, i cieli acquistano una densità quasi pittorica e l’intera scena entra in una dimensione sospesa, tra sogno e memoria.
Il risultato è una forma di realismo magico: la scena è reale, le persone sono reali, ma la tavolozza appartiene a una dimensione che normalmente resta nascosta. È come se la fotografia rendesse visibile un livello in più della stessa storia.
9. Il suo lavoro attraversa matrimoni, ritratti personali, fotografia fine art e ritratto professionale. Che cosa resta uguale quando fotografa una coppia, una famiglia, un imprenditore, un medico o un manager?
L’approccio alla persona.
Che si tratti di un matrimonio, di una famiglia o di un contesto professionale, la prima cosa che faccio è osservare.
Non fotografo subito.
Osservo come una persona occupa lo spazio, come si muove, dove porta naturalmente lo sguardo. Ogni essere umano ha una postura emotiva, e quella è la base da cui costruisco il ritratto.
Chi mi sceglie per un ritratto professionale ha bisogno di un’immagine in cui riconoscersi, e in cui anche gli altri possano percepire competenza, storia e personalità.
La tecnica cambia. L’ascolto resta.
10. Parlando di ritratto professionale, qual è l’errore più comune che una persona commette quando pensa alla propria immagine pubblica? E cosa significa, per lei, costruire un ritratto autentico in un’epoca dominata dall’apparenza e dall’intelligenza artificiale?
L’errore più comune è confondere l’immagine pubblica con una maschera.
Molte persone arrivano pensando di dover apparire in un certo modo: più severe, più formali, più autorevoli. Il risultato, quasi sempre, è un’immagine che non convince nessuno, a partire da loro stessi.
Un ritratto autentico non significa mostrarsi in modo casuale o disordinato. Significa comunicare chi si è davvero, con consapevolezza.
Sull’intelligenza artificiale, credo che stiamo entrando in una fase interessante. Oggi possiamo generare volti perfetti, espressioni perfette, scenari perfetti.
Ma la perfezione non genera fiducia. La verità sì.
Il ritratto professionale autentico comunica qualcosa che nessuna immagine artificiale può simulare: la presenza reale di una persona, con la sua storia, la sua esperienza, il suo vissuto.
In un mondo sempre più artificiale, l’autenticità diventerà ancora più preziosa.
11. Lei lavora tra Puglia e Abruzzo ma il suo percorso ha ottenuto riconoscimenti internazionali. Che cosa possono dare al racconto di un matrimonio o dell’identità professionale di una persona la luce del Gargano, la pietra della Murgia, il mare del Salento, la Costa dei Trabocchi, l’Appennino abruzzese e, più in generale, i paesaggi del Sud?
Danno qualcosa di prezioso: luce, atmosfera e identità. Quando fotografo un matrimonio sul mare, tra gli ulivi o in montagna, cerco sempre di far dialogare le persone con il luogo. Non è solo uno sfondo: è un personaggio della storia.
La luce del Sud, il bianco della pietra, il verde degli ulivi o i boschi dell’Appennino cambiano il modo in cui una coppia vive quella giornata e il modo in cui io la racconto.Confrontandomi negli anni con giurie internazionali, ho capito una cosa: questa luce meridionale e adriatica è inconfondibile.
E l’inconfondibile, nel racconto visivo, è già una firma.
Ascoltandola resta l’idea che la fotografia sia una responsabilità: scegliere cosa salvare del tempo che passa e come restituirlo a chi lo ha vissuto.
Nel matrimonio, questa responsabilità prende spesso la forma del reportage: uno sguardo attento, discreto, capace di seguire la giornata mentre accade, custodendo gesti, volti, attese, abbracci e dettagli che spesso sfuggono anche agli sposi.
Nel ritratto professionale, lo stesso sguardo aiuta una persona a riconoscersi in un’immagine credibile, coerente con la propria storia e con il modo in cui desidera presentarsi al mondo.
È qui che il lavoro di un fotografo diventa racconto: quando scatti, volti e frammenti di luce riescono a restituire una presenza.
“Una fotografia importante non ferma solo un istante. Rende quell’istante di nuovo vivo, ogni volta che lo si guarda. Per questo considero la stampa parte integrante dell’esperienza fotografica.” — Pino Coduti

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