Di che cosa ha paura questo Governo?
Delle emozioni?
Di ragazze e ragazzi che imparano a riconoscerle, a dare loro un nome, a interrogarsi sull’amore?
Perché interrogarsi sull’amore significa inevitabilmente interrogarsi anche sul potere, sul possesso, sulla libertà, sui confini che nessuno ha il diritto di oltrepassare.
L’APS G.I.R.A.F.F.A., su sollecitazione della socia Alessandra Caiulo, prende posizione contro l’ennesima decisione del Governo Meloni sull’educazione affettiva nelle scuole, e lo fa all’indomani dei dati diffusi dalla Fondazione Terre des Hommes pubblicati all’interno del Dossier indifesa “La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo” 2026.
I dati, elaborati dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale Polizia criminale, raccontano di un nuovo record di reati commessi in Italia nei confronti minori, nel 2025: 7.272 sono le vittime, con una netta prevalenza femminile.
Rispetto al 2024 parliamo di una crescita di circa l’1% con 68 vittime in più, ma la tendenza negli ultimi 10 anni è invece in netta crescita, con un aumento del 43% dal 2015, pari a 2.192 vittime in più.
Il reato più frequente è quello dei maltrattamenti in famiglia con 3.008 vittime, il 41,4% del totale.
Seguono la violenza sessuale (881 vittime), la violenza sessuale aggravata (664) e l’abbandono di persone minori o incapaci.
Con la legge di Bilancio 2026 erano stati stanziati 7 milioni di euro all’anno, per il 2026 e il 2027, destinati ad attività educative nelle scuole secondarie per prevenire la violenza contro le donne.
La legge indicava espressamente il consenso, il diritto all’integrità fisica, il rispetto reciproco, la consapevolezza affettiva.
Prevedeva anche la possibilità di coinvolgere i centri antiviolenza portando nelle scuole l’esperienza di chi ogni giorno incontra donne alle quali quei diritti sono stati negati.
Il decreto-legge del 30 settembre, invece, ha riscritto quella destinazione.
Quattro milioni all’anno sono stati spostati sul contrasto al cyberbullismo.
Gli altri tre sono confluiti nel finanziamento di percorsi più generali sul rispetto, sulle relazioni e sul contrasto alla violenza di genere.
Nella disposizione che li finanzia non vengono più nominati il consenso, l’integrità fisica, la consapevolezza affettiva e i centri antiviolenza.
Perché dobbiamo scegliere tra proteggere un ragazzo dalla violenza online e insegnargli a riconoscere la violenza dentro una relazione?
Perché due necessità educative devono contendersi le stesse risorse?
E soprattutto perché rendere generico ciò che prima aveva un nome, uno scopo e una direzione precisi?
Sarebbe un errore considerare questo intervento un episodio isolato perché purtroppo è soltanto l’ultimo passaggio di un percorso che il Governo sta costruendo poco alla volta e che comincia a mostrare una direzione fin troppo chiara.
Prima la legge Valditara, che ha subordinato al consenso preventivo delle famiglie la partecipazione alle attività scolastiche riguardanti la sessualità e ha escluso quelle attività dalla scuola dell’infanzia e primaria.
Poi la riforma della violenza sessuale nella quale il testo base adottato in Commissione Giustizia al Senato ha sostituito il principio del consenso libero e attuale con quello della volontà contraria rimettendo in discussione un testo che la Camera aveva approvato all’unanimità.
Adesso la rimodulazione di un fondo che riconosceva espressamente il valore dell’educazione al consenso e alla consapevolezza affettiva.
Un provvedimento dopo l’altro, una parola dopo l’altra e ogni volta si restringe un po’ lo spazio nel quale ragazze e ragazzi possono conoscere, comprendere, scegliere.
Educare non significa riempire i ragazzi e le ragazze delle risposte che abbiamo già deciso per loro.
Una scuola dovrebbe essere il luogo in cui il sapere si costruisce insieme e invece il rischio è sostituire a un’educazione plurale, aperta e orizzontale un modello sempre più verticale nel quale gli adulti stabiliscono i confini del confronto e i ragazzi, che di quel percorso dovrebbero essere i protagonisti, finiscono per essere gli unici a non avere davvero voce.
Nel Documento programmatico di finanza pubblica, inoltre, il Governo prevede di ricorrere a nuovi margini di spesa per aumentare di circa 14,4 miliardi di euro gli investimenti nella difesa nel biennio 2027-2028.
I bilanci di uno Stato sono anche una dichiarazione politica perché raccontano per che cosa siamo disposti a trovare risorse e che cosa, invece, siamo pronti a sacrificare.
Per questo chiediamo che siano ripristinate le risorse specificamente destinate all’educazione al consenso e alla prevenzione della violenza contro le donne, che il contrasto al cyberbullismo abbia finanziamenti autonomi e che sia riconosciuto il ruolo prezioso dei centri antiviolenza anche nel lavoro educativo.
Un giorno noi adulti non saremo accanto a quei ragazzi quando qualcuno proverà a chiamare amore la violenza e allora dovremmo chiederci non perché abbiano bisogno di conoscere certe parole ma chi stiamo proteggendo davvero quando scegliamo di non insegnargliele.

Di che cosa ha paura questo Governo?
Delle emozioni? Di ragazze e ragazzi che imparano a riconoscerle, a dare loro un nome, a interrogarsi sull’amore?
Perché interrogarsi sull’amore significa inevitabilmente interrogarsi anche sul potere, sul possesso, sulla libertà, sui confini che nessuno ha il diritto di oltrepassare.
L’APS G.I.R.A.F.F.A., su sollecitazione della socia Alessandra Caiulo, prende posizione contro l’ennesima decisione del Governo Meloni sull’educazione affettiva nelle scuole, e lo fa all’indomani dei dati diffusi dalla Fondazione Terre des Hommes pubblicati all’interno del Dossier indifesa “La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo” 2026.
I dati, elaborati dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale Polizia criminale, raccontano di un nuovo record di reati commessi in Italia nei confronti minori, nel 2025: 7.272 sono le vittime, con una netta prevalenza femminile.
Rispetto al 2024 parliamo di una crescita di circa l’1% con 68 vittime in più, ma la tendenza negli ultimi 10 anni è invece in netta crescita, con un aumento del 43% dal 2015, pari a 2.192 vittime in più.
Il reato più frequente è quello dei maltrattamenti in famiglia con 3.008 vittime, il 41,4% del totale.
Seguono la violenza sessuale (881 vittime), la violenza sessuale aggravata (664) e l’abbandono di persone minori o incapaci.
Con la legge di Bilancio 2026 erano stati stanziati 7 milioni di euro all’anno, per il 2026 e il 2027, destinati ad attività educative nelle scuole secondarie per prevenire la violenza contro le donne.
La legge indicava espressamente il consenso, il diritto all’integrità fisica, il rispetto reciproco, la consapevolezza affettiva.
Prevedeva anche la possibilità di coinvolgere i centri antiviolenza portando nelle scuole l’esperienza di chi ogni giorno incontra donne alle quali quei diritti sono stati negati.
Il decreto-legge del 30 settembre, invece, ha riscritto quella destinazione.
Quattro milioni all’anno sono stati spostati sul contrasto al cyberbullismo.
Gli altri tre sono confluiti nel finanziamento di percorsi più generali sul rispetto, sulle relazioni e sul contrasto alla violenza di genere.
Nella disposizione che li finanzia non vengono più nominati il consenso, l’integrità fisica, la consapevolezza affettiva e i centri antiviolenza.
Perché dobbiamo scegliere tra proteggere un ragazzo dalla violenza online e insegnargli a riconoscere la violenza dentro una relazione?
Perché due necessità educative devono contendersi le stesse risorse?
E soprattutto perché rendere generico ciò che prima aveva un nome, uno scopo e una direzione precisi?
Sarebbe un errore considerare questo intervento un episodio isolato perché purtroppo è soltanto l’ultimo passaggio di un percorso che il Governo sta costruendo poco alla volta e che comincia a mostrare una direzione fin troppo chiara.
Prima la legge Valditara, che ha subordinato al consenso preventivo delle famiglie la partecipazione alle attività scolastiche riguardanti la sessualità e ha escluso quelle attività dalla scuola dell’infanzia e primaria.
Poi la riforma della violenza sessuale nella quale il testo base adottato in Commissione Giustizia al Senato ha sostituito il principio del consenso libero e attuale con quello della volontà contraria rimettendo in discussione un testo che la Camera aveva approvato all’unanimità.
Adesso la rimodulazione di un fondo che riconosceva espressamente il valore dell’educazione al consenso e alla consapevolezza affettiva.
Un provvedimento dopo l’altro, una parola dopo l’altra e ogni volta si restringe un po’ lo spazio nel quale ragazze e ragazzi possono conoscere, comprendere, scegliere.
Educare non significa riempire i ragazzi e le ragazze delle risposte che abbiamo già deciso per loro.
Una scuola dovrebbe essere il luogo in cui il sapere si costruisce insieme e invece il rischio è sostituire a un’educazione plurale, aperta e orizzontale un modello sempre più verticale nel quale gli adulti stabiliscono i confini del confronto e i ragazzi, che di quel percorso dovrebbero essere i protagonisti, finiscono per essere gli unici a non avere davvero voce.
Nel Documento programmatico di finanza pubblica, inoltre, il Governo prevede di ricorrere a nuovi margini di spesa per aumentare di circa 14,4 miliardi di euro gli investimenti nella difesa nel biennio 2027-2028.
I bilanci di uno Stato sono anche una dichiarazione politica perché raccontano per che cosa siamo disposti a trovare risorse e che cosa, invece, siamo pronti a sacrificare.
Per questo chiediamo che siano ripristinate le risorse specificamente destinate all’educazione al consenso e alla prevenzione della violenza contro le donne, che il contrasto al cyberbullismo abbia finanziamenti autonomi e che sia riconosciuto il ruolo prezioso dei centri antiviolenza anche nel lavoro educativo.
Un giorno noi adulti non saremo accanto a quei ragazzi quando qualcuno proverà a chiamare amore la violenza e allora dovremmo chiederci non perché abbiano bisogno di conoscere certe parole ma chi stiamo proteggendo davvero quando scegliamo di non insegnargliele.
Di che cosa ha paura questo Governo?
Delle emozioni? Di ragazze e ragazzi che imparano a riconoscerle, a dare loro un nome, a interrogarsi sull’amore?
Perché interrogarsi sull’amore significa inevitabilmente interrogarsi anche sul potere, sul possesso, sulla libertà, sui confini che nessuno ha il diritto di oltrepassare.
L’APS G.I.R.A.F.F.A., su sollecitazione della socia Alessandra Caiulo, prende posizione contro l’ennesima decisione del Governo Meloni sull’educazione affettiva nelle scuole, e lo fa all’indomani dei dati diffusi dalla Fondazione Terre des Hommes pubblicati all’interno del Dossier indifesa “La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo” 2026.
I dati, elaborati dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale Polizia criminale, raccontano di un nuovo record di reati commessi in Italia nei confronti minori, nel 2025: 7.272 sono le vittime, con una netta prevalenza femminile.
Rispetto al 2024 parliamo di una crescita di circa l’1% con 68 vittime in più, ma la tendenza negli ultimi 10 anni è invece in netta crescita, con un aumento del 43% dal 2015, pari a 2.192 vittime in più.
Il reato più frequente è quello dei maltrattamenti in famiglia con 3.008 vittime, il 41,4% del totale.
Seguono la violenza sessuale (881 vittime), la violenza sessuale aggravata (664) e l’abbandono di persone minori o incapaci.
Con la legge di Bilancio 2026 erano stati stanziati 7 milioni di euro all’anno, per il 2026 e il 2027, destinati ad attività educative nelle scuole secondarie per prevenire la violenza contro le donne.
La legge indicava espressamente il consenso, il diritto all’integrità fisica, il rispetto reciproco, la consapevolezza affettiva.
Prevedeva anche la possibilità di coinvolgere i centri antiviolenza portando nelle scuole l’esperienza di chi ogni giorno incontra donne alle quali quei diritti sono stati negati.
Il decreto-legge del 30 settembre, invece, ha riscritto quella destinazione.
Quattro milioni all’anno sono stati spostati sul contrasto al cyberbullismo.
Gli altri tre sono confluiti nel finanziamento di percorsi più generali sul rispetto, sulle relazioni e sul contrasto alla violenza di genere.
Nella disposizione che li finanzia non vengono più nominati il consenso, l’integrità fisica, la consapevolezza affettiva e i centri antiviolenza.
Perché dobbiamo scegliere tra proteggere un ragazzo dalla violenza online e insegnargli a riconoscere la violenza dentro una relazione?
Perché due necessità educative devono contendersi le stesse risorse?
E soprattutto perché rendere generico ciò che prima aveva un nome, uno scopo e una direzione precisi?
Sarebbe un errore considerare questo intervento un episodio isolato perché purtroppo è soltanto l’ultimo passaggio di un percorso che il Governo sta costruendo poco alla volta e che comincia a mostrare una direzione fin troppo chiara.
Prima la legge Valditara, che ha subordinato al consenso preventivo delle famiglie la partecipazione alle attività scolastiche riguardanti la sessualità e ha escluso quelle attività dalla scuola dell’infanzia e primaria.
Poi la riforma della violenza sessuale nella quale il testo base adottato in Commissione Giustizia al Senato ha sostituito il principio del consenso libero e attuale con quello della volontà contraria rimettendo in discussione un testo che la Camera aveva approvato all’unanimità.
Adesso la rimodulazione di un fondo che riconosceva espressamente il valore dell’educazione al consenso e alla consapevolezza affettiva.
Un provvedimento dopo l’altro, una parola dopo l’altra e ogni volta si restringe un po’ lo spazio nel quale ragazze e ragazzi possono conoscere, comprendere, scegliere.
Educare non significa riempire i ragazzi e le ragazze delle risposte che abbiamo già deciso per loro.
Una scuola dovrebbe essere il luogo in cui il sapere si costruisce insieme e invece il rischio è sostituire a un’educazione plurale, aperta e orizzontale un modello sempre più verticale nel quale gli adulti stabiliscono i confini del confronto e i ragazzi, che di quel percorso dovrebbero essere i protagonisti, finiscono per essere gli unici a non avere davvero voce.
Nel Documento programmatico di finanza pubblica, inoltre, il Governo prevede di ricorrere a nuovi margini di spesa per aumentare di circa 14,4 miliardi di euro gli investimenti nella difesa nel biennio 2027-2028.
I bilanci di uno Stato sono anche una dichiarazione politica perché raccontano per che cosa siamo disposti a trovare risorse e che cosa, invece, siamo pronti a sacrificare.
Per questo chiediamo che siano ripristinate le risorse specificamente destinate all’educazione al consenso e alla prevenzione della violenza contro le donne, che il contrasto al cyberbullismo abbia finanziamenti autonomi e che sia riconosciuto il ruolo prezioso dei centri antiviolenza anche nel lavoro educativo.
Un giorno noi adulti non saremo accanto a quei ragazzi quando qualcuno proverà a chiamare amore la violenza e allora dovremmo chiederci non perché abbiano bisogno di conoscere certe parole ma chi stiamo proteggendo davvero quando scegliamo di non insegnargliele.
Di che cosa ha paura questo Governo?
Delle emozioni? Di ragazze e ragazzi che imparano a riconoscerle, a dare loro un nome, a interrogarsi sull’amore?
Perché interrogarsi sull’amore significa inevitabilmente interrogarsi anche sul potere, sul possesso, sulla libertà, sui confini che nessuno ha il diritto di oltrepassare.
L’APS G.I.R.A.F.F.A., su sollecitazione della socia Alessandra Caiulo, prende posizione contro l’ennesima decisione del Governo Meloni sull’educazione affettiva nelle scuole, e lo fa all’indomani dei dati diffusi dalla Fondazione Terre des Hommes pubblicati all’interno del Dossier indifesa “La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo” 2026.
I dati, elaborati dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale Polizia criminale, raccontano di un nuovo record di reati commessi in Italia nei confronti minori, nel 2025: 7.272 sono le vittime, con una netta prevalenza femminile.
Rispetto al 2024 parliamo di una crescita di circa l’1% con 68 vittime in più, ma la tendenza negli ultimi 10 anni è invece in netta crescita, con un aumento del 43% dal 2015, pari a 2.192 vittime in più.
Il reato più frequente è quello dei maltrattamenti in famiglia con 3.008 vittime, il 41,4% del totale.
Seguono la violenza sessuale (881 vittime), la violenza sessuale aggravata (664) e l’abbandono di persone minori o incapaci.
Con la legge di Bilancio 2026 erano stati stanziati 7 milioni di euro all’anno, per il 2026 e il 2027, destinati ad attività educative nelle scuole secondarie per prevenire la violenza contro le donne.
La legge indicava espressamente il consenso, il diritto all’integrità fisica, il rispetto reciproco, la consapevolezza affettiva.
Prevedeva anche la possibilità di coinvolgere i centri antiviolenza portando nelle scuole l’esperienza di chi ogni giorno incontra donne alle quali quei diritti sono stati negati.
Il decreto-legge del 30 settembre, invece, ha riscritto quella destinazione.
Quattro milioni all’anno sono stati spostati sul contrasto al cyberbullismo.
Gli altri tre sono confluiti nel finanziamento di percorsi più generali sul rispetto, sulle relazioni e sul contrasto alla violenza di genere.
Nella disposizione che li finanzia non vengono più nominati il consenso, l’integrità fisica, la consapevolezza affettiva e i centri antiviolenza.
Perché dobbiamo scegliere tra proteggere un ragazzo dalla violenza online e insegnargli a riconoscere la violenza dentro una relazione?
Perché due necessità educative devono contendersi le stesse risorse?
E soprattutto perché rendere generico ciò che prima aveva un nome, uno scopo e una direzione precisi?
Sarebbe un errore considerare questo intervento un episodio isolato perché purtroppo è soltanto l’ultimo passaggio di un percorso che il Governo sta costruendo poco alla volta e che comincia a mostrare una direzione fin troppo chiara.
Prima la legge Valditara, che ha subordinato al consenso preventivo delle famiglie la partecipazione alle attività scolastiche riguardanti la sessualità e ha escluso quelle attività dalla scuola dell’infanzia e primaria.
Poi la riforma della violenza sessuale nella quale il testo base adottato in Commissione Giustizia al Senato ha sostituito il principio del consenso libero e attuale con quello della volontà contraria rimettendo in discussione un testo che la Camera aveva approvato all’unanimità.
Adesso la rimodulazione di un fondo che riconosceva espressamente il valore dell’educazione al consenso e alla consapevolezza affettiva.
Un provvedimento dopo l’altro, una parola dopo l’altra e ogni volta si restringe un po’ lo spazio nel quale ragazze e ragazzi possono conoscere, comprendere, scegliere.
Educare non significa riempire i ragazzi e le ragazze delle risposte che abbiamo già deciso per loro.
Una scuola dovrebbe essere il luogo in cui il sapere si costruisce insieme e invece il rischio è sostituire a un’educazione plurale, aperta e orizzontale un modello sempre più verticale nel quale gli adulti stabiliscono i confini del confronto e i ragazzi, che di quel percorso dovrebbero essere i protagonisti, finiscono per essere gli unici a non avere davvero voce.
Nel Documento programmatico di finanza pubblica, inoltre, il Governo prevede di ricorrere a nuovi margini di spesa per aumentare di circa 14,4 miliardi di euro gli investimenti nella difesa nel biennio 2027-2028.
I bilanci di uno Stato sono anche una dichiarazione politica perché raccontano per che cosa siamo disposti a trovare risorse e che cosa, invece, siamo pronti a sacrificare.
Per questo chiediamo che siano ripristinate le risorse specificamente destinate all’educazione al consenso e alla prevenzione della violenza contro le donne, che il contrasto al cyberbullismo abbia finanziamenti autonomi e che sia riconosciuto il ruolo prezioso dei centri antiviolenza anche nel lavoro educativo.
Un giorno noi adulti non saremo accanto a quei ragazzi quando qualcuno proverà a chiamare amore la violenza e allora dovremmo chiederci non perché abbiano bisogno di conoscere certe parole ma chi stiamo proteggendo davvero quando scegliamo di non insegnargliele.
Di che cosa ha paura questo Governo?
Delle emozioni? Di ragazze e ragazzi che imparano a riconoscerle, a dare loro un nome, a interrogarsi sull’amore?
Perché interrogarsi sull’amore significa inevitabilmente interrogarsi anche sul potere, sul possesso, sulla libertà, sui confini che nessuno ha il diritto di oltrepassare.
L’APS G.I.R.A.F.F.A., su sollecitazione della socia Alessandra Caiulo, prende posizione contro l’ennesima decisione del Governo Meloni sull’educazione affettiva nelle scuole, e lo fa all’indomani dei dati diffusi dalla Fondazione Terre des Hommes pubblicati all’interno del Dossier indifesa “La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo” 2026.
I dati, elaborati dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale Polizia criminale, raccontano di un nuovo record di reati commessi in Italia nei confronti minori, nel 2025: 7.272 sono le vittime, con una netta prevalenza femminile.
Rispetto al 2024 parliamo di una crescita di circa l’1% con 68 vittime in più, ma la tendenza negli ultimi 10 anni è invece in netta crescita, con un aumento del 43% dal 2015, pari a 2.192 vittime in più.
Il reato più frequente è quello dei maltrattamenti in famiglia con 3.008 vittime, il 41,4% del totale.
Seguono la violenza sessuale (881 vittime), la violenza sessuale aggravata (664) e l’abbandono di persone minori o incapaci.
Con la legge di Bilancio 2026 erano stati stanziati 7 milioni di euro all’anno, per il 2026 e il 2027, destinati ad attività educative nelle scuole secondarie per prevenire la violenza contro le donne.
La legge indicava espressamente il consenso, il diritto all’integrità fisica, il rispetto reciproco, la consapevolezza affettiva.
Prevedeva anche la possibilità di coinvolgere i centri antiviolenza portando nelle scuole l’esperienza di chi ogni giorno incontra donne alle quali quei diritti sono stati negati.
Il decreto-legge del 30 settembre, invece, ha riscritto quella destinazione.
Quattro milioni all’anno sono stati spostati sul contrasto al cyberbullismo.
Gli altri tre sono confluiti nel finanziamento di percorsi più generali sul rispetto, sulle relazioni e sul contrasto alla violenza di genere.
Nella disposizione che li finanzia non vengono più nominati il consenso, l’integrità fisica, la consapevolezza affettiva e i centri antiviolenza.
Perché dobbiamo scegliere tra proteggere un ragazzo dalla violenza online e insegnargli a riconoscere la violenza dentro una relazione?
Perché due necessità educative devono contendersi le stesse risorse?
E soprattutto perché rendere generico ciò che prima aveva un nome, uno scopo e una direzione precisi?
Sarebbe un errore considerare questo intervento un episodio isolato perché purtroppo è soltanto l’ultimo passaggio di un percorso che il Governo sta costruendo poco alla volta e che comincia a mostrare una direzione fin troppo chiara.
Prima la legge Valditara, che ha subordinato al consenso preventivo delle famiglie la partecipazione alle attività scolastiche riguardanti la sessualità e ha escluso quelle attività dalla scuola dell’infanzia e primaria.
Poi la riforma della violenza sessuale nella quale il testo base adottato in Commissione Giustizia al Senato ha sostituito il principio del consenso libero e attuale con quello della volontà contraria rimettendo in discussione un testo che la Camera aveva approvato all’unanimità.
Adesso la rimodulazione di un fondo che riconosceva espressamente il valore dell’educazione al consenso e alla consapevolezza affettiva.
Un provvedimento dopo l’altro, una parola dopo l’altra e ogni volta si restringe un po’ lo spazio nel quale ragazze e ragazzi possono conoscere, comprendere, scegliere.
Educare non significa riempire i ragazzi e le ragazze delle risposte che abbiamo già deciso per loro.
Una scuola dovrebbe essere il luogo in cui il sapere si costruisce insieme e invece il rischio è sostituire a un’educazione plurale, aperta e orizzontale un modello sempre più verticale nel quale gli adulti stabiliscono i confini del confronto e i ragazzi, che di quel percorso dovrebbero essere i protagonisti, finiscono per essere gli unici a non avere davvero voce.
Nel Documento programmatico di finanza pubblica, inoltre, il Governo prevede di ricorrere a nuovi margini di spesa per aumentare di circa 14,4 miliardi di euro gli investimenti nella difesa nel biennio 2027-2028.
I bilanci di uno Stato sono anche una dichiarazione politica perché raccontano per che cosa siamo disposti a trovare risorse e che cosa, invece, siamo pronti a sacrificare.
Per questo chiediamo che siano ripristinate le risorse specificamente destinate all’educazione al consenso e alla prevenzione della violenza contro le donne, che il contrasto al cyberbullismo abbia finanziamenti autonomi e che sia riconosciuto il ruolo prezioso dei centri antiviolenza anche nel lavoro educativo.
Un giorno noi adulti non saremo accanto a quei ragazzi quando qualcuno proverà a chiamare amore la violenza e allora dovremmo chiederci non perché abbiano bisogno di conoscere certe parole ma chi stiamo proteggendo davvero quando scegliamo di non insegnargliele.
SCUOLA, VIOLENZA DI GENERE: «IL GOVERNO SVUOTA IL FONDO PER EDUCARE AL CONSENSO. HA PAURA DI UNA GENERAZIONE CHE IMPARA A PENSARE». L’APS G.I.R.A.F.F.A. SULLA LEGGE BILANCIO
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