Due uomini bussano alla stessa porta dichiarando di essere la stessa persona.
Da qui parte “Anfitrione“.
Identità che si sovrappongono, ruoli che saltano, certezze che vacillano.
Al Nuovo Teatro Verdi di Brindisi, il 22 febbraio alle 18.30, Emilio Solfrizzi mette in scena “Anfitrione“ con una regia essenziale: l’inganno, il doppio e lo scambio di identità parlano da soli e restano immediati anche per il pubblico di oggi.
I biglietti sono disponibili online su rebrand.ly/Anfitrione e al botteghino del Teatro, aperto dal lunedì al venerdì dalle 11 alle 13 e dalle 17.30 alle 19.30; il giorno dello spettacolo dalle 17 alle 18.30.
Info 0831 562 554 e botteghino@nuovoteatroverdi.com.
La vicenda segue il ritorno del soldato Anfitrione e del suo servo Sosia dopo una lunga campagna militare.
A casa li attende però un inganno orchestrato dagli dèi: Giove, sedotto dalla bellezza di Alcmena, assume le sembianze di Anfitrione per conquistarla, mentre Mercurio prende l’identità di Sosia.
Quando il vero padrone rientra, nessuno riconosce più nessuno.
Gli equivoci si moltiplicano, gli scontri diventano inevitabili e la realtà si incrina sotto il peso delle apparenze.
Da questo scambio di identità nasce una sequenza serrata di situazioni comiche e colpi di scena che tengono insieme leggerezza e precisione drammaturgica.
Plauto costruisce un congegno teatrale perfetto capace di divertire e allo stesso tempo di rivelare quanto fragile sia ciò che chiamiamo verità.
“Anfitrione” resta una delle sue opere più vive anche per il valore storico e linguistico: il latino popolare, l’uso del doppio, la contaminazione tra comico e tragico offrono ancora oggi strumenti per leggere il presente.
La modernità del testo sta proprio qui.
Quante volte crediamo di avere davanti una persona e invece ne vediamo solo una versione, una maschera?
E quante volte non corrispondiamo alle aspettative che gli altri proiettano su di noi?
È una dinamica che attraversa la vita quotidiana e si amplifica nello spazio digitale, dove identità e rappresentazione coincidono sempre meno.
Plauto lo raccontava già nel III secolo a.C.
In questo gioco di specchi si avverte un’eco che porta dritto a Luigi Pirandello: il doppio plautino anticipa il suo teatro delle identità frantumate: personaggi che non coincidono con l’immagine che gli altri costruiscono di loro.
Ma se in “Anfitrione” lo smarrimento nasce da un inganno divino, in Pirandello diventa condizione permanente dell’esistenza.
L’uomo è uno, nessuno e centomila perché vive nello scarto tra ciò che è e ciò che appare.
La scena è essenziale, mobile, pensata per assecondare il ritmo degli scambi.
Gli attori si muovono dentro uno spazio che suggerisce lasciando al pubblico il compito di ricomporre i piani della realtà.
Solfrizzi interpreta e dirige scansando la caricatura.
Il suo “Anfitrione” oscilla tra stupore e rabbia, tra l’urgenza di riaffermare se stesso e la frustrazione di non essere creduto.
Alcmena resta il punto fermo, figura attraversata dall’inganno ma mai ridotta a pretesto, mentre Giove esibisce una comicità volutamente enfatica che rivela l’arbitrio del potere.
La scena diventa allora un laboratorio dell’identità.
Ogni personaggio è costretto a ridefinirsi nello sguardo dell’altro.
Alcmena ama un uomo che crede di conoscere.
Sosia lotta per convincere di essere se stesso.
Anfitrione combatte contro un’ombra più potente di lui.
Giove, dall’alto del suo potere, dimostra quanto l’autorità possa manipolare la percezione della realtà.
Emilio Solfrizzi ha detto: «Mi sento dentro Sosia, un personaggio in cui devo scomparire.
È la metafora dell’attore: diventare altro fino a far dimenticare che sta recitando.
Plauto ha inventato il doppio teatrale e oggi è ancora più comprensibile perché viviamo circondati da identità fittizie.
La sua forza è prendere storie antiche e renderle immediate, senza tradire la poesia né la comicità».
La regia mantiene l’impianto classico inserendo soluzioni narrative che preservano il filo della storia.
In un’epoca in cui i ruoli si moltiplicano e le percezioni si confondono, “Anfitrione“ torna a porre una domanda elementare e irrisolta: quanto di ciò che siamo dipende da noi e quanto dallo sguardo di chi ci crede – o ci scambia – per qualcun altro?
La commedia mostra che il doppio non appartiene solo alla scena.
Vive accanto a noi, nelle parole che scegliamo, nei ruoli che accettiamo, nelle maschere che finiamo per indossare.
Plauto sopravvive proprio qui, in questa capacità di insinuarsi nella vita ordinaria.
Come strumento per leggere le relazioni, il potere, il desiderio di essere riconosciuti.
A distanza di secoli, “Anfitrione” continua a sorprendere per la sua capacità di unire divertimento e profondità senza mai appesantirsi.
La risata nasce dall’assurdo, ma resta sempre attraversata da una sottile inquietudine che accompagna lo spettatore anche dopo il sipario.
Il meccanismo comico, costruito con precisione quasi matematica, non si limita a intrattenere: scardina abitudini, mette in discussione gerarchie, ribalta ruoli.
Il pubblico ride, ma nello stesso tempo si specchia.
Perché il doppio non è solo un espediente teatrale: è una condizione contemporanea.
Viviamo moltiplicando versioni di noi stessi, oscillando tra autenticità e rappresentazione, tra ciò che sentiamo e ciò che mostriamo.
È una macchina teatrale che funziona perché sa parlare al presente senza bisogno di forzature.
Solfrizzi costruisce uno spettacolo che non dà risposte ma genera domande.
Forse è questa la funzione più concreta del teatro oggi: creare spazi in cui il doppio continui a camminare al nostro fianco.
Non come inganno divino ma come parte inevitabile dell’essere umani: ciò che mostriamo, ciò che siamo, ciò che gli altri credono di vedere.
Il teatro non risolve questa distanza.
La porta allo scoperto.
La forza dello spettacolo sta proprio in questa permanenza: un testo antico che continua a interrogare il presente.
Nel gioco delle sostituzioni e degli scambi, si intravede una riflessione più ampia sulla fragilità delle certezze.
E, alla fine, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di antico e insieme sorprendentemente vicino, capace di parlare a chiunque abbia sperimentato almeno una volta la sensazione di non essere visto per ciò che è.
È questo il segno dei testi che resistono al tempo: non offrono morale né consolazione, ma continuano a interrogare.
E in quell’interrogativo, sospeso tra ironia e smarrimento, il pubblico ritrova qualcosa di sé.
Durata dello spettacolo: due ore compreso intervallo.

“Anfitrione” di Plauto: Emilio Solfrizzi al Verdi di Brindisi
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