27 Novembre 2022 - Ore
Cronaca

Il viaggio di Pasquale: 1700 km a piedi nel nome di suo padre

Ripercorre l’itinerario compiuto dal padre dai campi di concentramento al ritorno a casa

Si chiama Pasquale Caputo, ha 73 anni, e l’8 maggio scorso è partito a piedi da Monaco di Baviera per ripercorrere il tragitto che suo padre, Francesco, compì alla fine della seconda guerra mondiale da un campo di concentramento tedesco alla sua casa di Barletta.

Giovedì 14 luglio, alle ore 11, Pasquale Caputo sarà a Foggia, accolto nel salone della Camera del Lavoro, in via della Repubblica 68, da ANPI Foggia, Cgil e Arci.

Racconterà il suo progetto, “Sulle orme di mio padre e di tutti gli Internati Militari Italiani”. Un progetto che, all’arrivo a Barletta nei prossimi giorni, gli avrà fatto percorrere 1700 chilometri in 68 tappe, giungendo nelle città e visitando i luoghi della Resistenza italiana al nazifascismo, prezioso testimone della vicenda di suo padre e di quella di altre migliaia di soldati italiani.

“NEL NOME DI MIO PADRE”. Suo padre Francesco nacque a Barletta il 21 maggio 1917. Da soldato, era in forza al Reggimento di Cavalleria di Ferrara. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, fu catturato a Verona e deportato nei campi di prigionia tedeschi, andando a far parte di quella schiera di IMI (Internati Militari Italiani) ritenuti traditori dall’ex alleato nazista. Posti davanti alla scelta di continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco, la stragrande maggioranza degli oltre 600.000 catturati rifiutò l’arruolamento e venne smistato nei Lager di tutta Europa.  

Dopo la fine della guerra, tra l’estate del 1945 e il 1946, i sopravvissuti fecero ritorno in patria utilizzando qualunque mezzo e camminando a piedi per centinaia e centinaia di chilometri.  Anche Francesco Caputo, dopo la detenzione nei campi di Moosburg, Memmingen e Kaufbeuren nei dintorni di Monaco di Baviera, intraprese il cammino verso l’auspicata libertà, giungendo alla casa paterna di Barletta il 27 luglio 1945.

UNA TRAGEDIA IMMANE. Non tutti riuscirono a tornare a casa. Molti morirono nei campi di concentramento, altri invece perirono proprio durante il viaggio, spesso affrontato in condizioni di salute assai precarie. Coloro che riuscirono a mettersi in cammino e a tornare, nella maggior parte dei casi dovettero superare prove durissime sia fisicamente che psicologicamente. Ecco perché il viaggio di Pasquale Caputo è testimonianza vivissima di quel dramma, di quelle sofferenze, e al tempo stesso è un vettore di riflessione e memoria concrete, palpitanti, capaci di essere ancora più forti e autentiche perché corroborate dall’amore e dall’esempio.

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