Lo studio coordinato al Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro rivede età, dimensioni, dinamica eruttiva e formazione della caldera di uno dei più importanti eventi vulcanici dei Campi Flegrei.
I risultati mettono in discussione alcuni elementi chiave del modello tradizionale dell’eruzione, offrendo nuove interpretazioni sul meccanismo di frammentazione del magma, sulla struttura del sistema magmatico, sul volume complessivamente eruttato e sul processo che portò al collasso della caldera.
Un’eruzione avvenuta circa 14.000 anni fa
Le nuove datazioni radiometriche collocano l’eruzione a 13.980 ± 140 anni fa, fornendo un riferimento cronologico più preciso per correlare i depositi dell’area flegrea con le ceneri rinvenute nelle successioni geologiche terrestri, marine e lacustri del Mediterraneo.
Secondo lo studio, l’eruzione ebbe un andamento fortemente pulsante, caratterizzato da ripetute variazioni nella portata del magma e da una progressiva riorganizzazione delle bocche eruttive.
Un comportamento raramente documentato, a questa scala, nelle grandi eruzioni associate alla formazione di caldere.
Le analisi sulla morfologia delle particelle di cenere, sulla vescicolarità delle pomici, sulla composizione dei depositi e sulla geochimica dei vetri indicano inoltre che la frammentazione fu prevalentemente magmatica.
L’elevata esplosività sarebbe stata determinata soprattutto dalla rapida decompressione di un magma ricco di gas e meccanicamente fragile, mentre l’interazione con acque esterne avrebbe avuto un ruolo più limitato e circoscritto.
«Le grandi quantità di cenere fine erano state finora considerate una prova di una frammentazione dominata dall’interazione tra magma e acqua», spiega Roberto Sulpizio, autore corrispondente dello studio e docente dell’Università di Bari.
«I nuovi dati mostrano invece che caratteristiche simili possono svilupparsi anche in eruzioni alimentate prevalentemente dai gas contenuti nel magma.
Un risultato che va oltre il caso dei Campi Flegrei e contribuisce all’interpretazione di numerose grandi eruzioni esplosive».
Un volume inferiore alle stime precedenti
Lo studio rivede anche le dimensioni dell’eruzione.
Le ricostruzioni finora disponibili stimavano un volume superiore a 40-50 chilometri cubi di magma (Dense Rock Equivalent, DRE), ovvero il volume equivalente di roccia magmatica priva di vuoti.
La nuova ricostruzione ridimensiona sensibilmente queste stime, indicando un volume compreso tra 16 e 20 chilometri cubi DRE.
Pur trattandosi di una delle maggiori eruzioni esplosive dell’area flegrea, l’evento avrebbe quindi avuto dimensioni significativamente inferiori rispetto a quanto ipotizzato in passato.
Un collasso progressivo e localizzato
Anche il processo di formazione della caldera viene reinterpretato.
Secondo i risultati dello studio, non si verificò un unico collasso catastrofico “a pistone” dell’intera area centrale dei Campi Flegrei.
I dati indicano invece un collasso progressivo e frammentato, sviluppatosi attraverso l’attivazione successiva di differenti segmenti di faglia.
Il cedimento avrebbe interessato principalmente il settore compreso tra la piana di Agnano e l’area del Gauro, lungo strutture geologiche preesistenti ereditate dalle precedenti fasi evolutive della caldera.
Questa ricostruzione evidenzia come l’assetto geologico del territorio possa influenzare sia la localizzazione delle bocche eruttive sia le modalità di propagazione del collasso durante una grande eruzione.
Le implicazioni per la pericolosità vulcanica
I Campi Flegrei stanno attraversando una prolungata fase di attività, caratterizzata da sollevamento del suolo, sismicità diffusa e variazioni del sistema idrotermale.
Lo studio non formula previsioni sull’evoluzione della crisi in corso né suggerisce che un’eruzione analoga a quella del Tufo Giallo Napoletano sia imminente o rappresenti lo scenario più probabile.
I risultati contribuiscono però a migliorare la comprensione dei processi che possono verificarsi in una caldera attiva e densamente popolata, evidenziando alcuni aspetti particolarmente rilevanti per la valutazione della pericolosità vulcanica:
- una grande eruzione può svilupparsi attraverso numerosi impulsi successivi e protrarsi più a lungo rispetto alle tipiche fasi pliniane;
- i segnali geochimici osservati durante periodi di instabilità possono riflettere l’interazione tra diverse porzioni del sistema magmatico;
- l’apertura delle bocche eruttive e l’evoluzione del collasso della caldera possono essere controllate da faglie e strutture geologiche preesistenti.
Un’attività eruttiva prolungata e pulsante potrebbe inoltre porre sfide particolarmente complesse alla gestione delle emergenze e merita quindi di essere presa in considerazione nella definizione degli scenari di protezione civile.
Una collaborazione nazionale e internazionale
La ricerca è il risultato della collaborazione tra studiosi dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), delle Università di Bologna, Siena e Molise e dell’Université Paris-Saclay.
Lo studio è stato sostenuto, tra gli altri, dai progetti INGV Pianeta Dinamico, PRIN INSIGHT, PRIN COMET, dal partenariato esteso RETURN, finanziato dall’Unione europea attraverso il programma NextGenerationEU, e dal progetto francese ICARE.
Link alla pubblicazione https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2026.105711

Lo studio coordinato al Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro rivede età, dimensioni, dinamica eruttiva e formazione della caldera di uno dei più importanti eventi vulcanici dei Campi Flegrei.
I risultati mettono in discussione alcuni elementi chiave del modello tradizionale dell’eruzione, offrendo nuove interpretazioni sul meccanismo di frammentazione del magma, sulla struttura del sistema magmatico, sul volume complessivamente eruttato e sul processo che portò al collasso della caldera.
Un’eruzione avvenuta circa 14.000 anni fa
Le nuove datazioni radiometriche collocano l’eruzione a 13.980 ± 140 anni fa, fornendo un riferimento cronologico più preciso per correlare i depositi dell’area flegrea con le ceneri rinvenute nelle successioni geologiche terrestri, marine e lacustri del Mediterraneo.
Secondo lo studio, l’eruzione ebbe un andamento fortemente pulsante, caratterizzato da ripetute variazioni nella portata del magma e da una progressiva riorganizzazione delle bocche eruttive.
Un comportamento raramente documentato, a questa scala, nelle grandi eruzioni associate alla formazione di caldere.
Le analisi sulla morfologia delle particelle di cenere, sulla vescicolarità delle pomici, sulla composizione dei depositi e sulla geochimica dei vetri indicano inoltre che la frammentazione fu prevalentemente magmatica.
L’elevata esplosività sarebbe stata determinata soprattutto dalla rapida decompressione di un magma ricco di gas e meccanicamente fragile, mentre l’interazione con acque esterne avrebbe avuto un ruolo più limitato e circoscritto.
«Le grandi quantità di cenere fine erano state finora considerate una prova di una frammentazione dominata dall’interazione tra magma e acqua», spiega Roberto Sulpizio, autore corrispondente dello studio e docente dell’Università di Bari.
«I nuovi dati mostrano invece che caratteristiche simili possono svilupparsi anche in eruzioni alimentate prevalentemente dai gas contenuti nel magma.
Un risultato che va oltre il caso dei Campi Flegrei e contribuisce all’interpretazione di numerose grandi eruzioni esplosive».
Un volume inferiore alle stime precedenti
Lo studio rivede anche le dimensioni dell’eruzione.
Le ricostruzioni finora disponibili stimavano un volume superiore a 40-50 chilometri cubi di magma (Dense Rock Equivalent, DRE), ovvero il volume equivalente di roccia magmatica priva di vuoti.
La nuova ricostruzione ridimensiona sensibilmente queste stime, indicando un volume compreso tra 16 e 20 chilometri cubi DRE.
Pur trattandosi di una delle maggiori eruzioni esplosive dell’area flegrea, l’evento avrebbe quindi avuto dimensioni significativamente inferiori rispetto a quanto ipotizzato in passato.
Un collasso progressivo e localizzato
Anche il processo di formazione della caldera viene reinterpretato.
Secondo i risultati dello studio, non si verificò un unico collasso catastrofico “a pistone” dell’intera area centrale dei Campi Flegrei.
I dati indicano invece un collasso progressivo e frammentato, sviluppatosi attraverso l’attivazione successiva di differenti segmenti di faglia.
Il cedimento avrebbe interessato principalmente il settore compreso tra la piana di Agnano e l’area del Gauro, lungo strutture geologiche preesistenti ereditate dalle precedenti fasi evolutive della caldera.
Questa ricostruzione evidenzia come l’assetto geologico del territorio possa influenzare sia la localizzazione delle bocche eruttive sia le modalità di propagazione del collasso durante una grande eruzione.
Le implicazioni per la pericolosità vulcanica
I Campi Flegrei stanno attraversando una prolungata fase di attività, caratterizzata da sollevamento del suolo, sismicità diffusa e variazioni del sistema idrotermale.
Lo studio non formula previsioni sull’evoluzione della crisi in corso né suggerisce che un’eruzione analoga a quella del Tufo Giallo Napoletano sia imminente o rappresenti lo scenario più probabile.
I risultati contribuiscono però a migliorare la comprensione dei processi che possono verificarsi in una caldera attiva e densamente popolata, evidenziando alcuni aspetti particolarmente rilevanti per la valutazione
Lo studio coordinato al Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro rivede età, dimensioni, dinamica eruttiva e formazione della caldera di uno dei più importanti eventi vulcanici dei Campi Flegrei.
I risultati mettono in discussione alcuni elementi chiave del modello tradizionale dell’eruzione, offrendo nuove interpretazioni sul meccanismo di frammentazione del magma, sulla struttura del sistema magmatico, sul volume complessivamente eruttato e sul processo che portò al collasso della caldera.
Un’eruzione avvenuta circa 14.000 anni fa
Le nuove datazioni radiometriche collocano l’eruzione a 13.980 ± 140 anni fa, fornendo un riferimento cronologico più preciso per correlare i depositi dell’area flegrea con le ceneri rinvenute nelle successioni geologiche terrestri, marine e lacustri del Mediterraneo.
Secondo lo studio, l’eruzione ebbe un andamento fortemente pulsante, caratterizzato da ripetute variazioni nella portata del magma e da una progressiva riorganizzazione delle bocche eruttive.
Un comportamento raramente documentato, a questa scala, nelle grandi eruzioni associate alla formazione di caldere.
Le analisi sulla morfologia delle particelle di cenere, sulla vescicolarità delle pomici, sulla composizione dei depositi e sulla geochimica dei vetri indicano inoltre che la frammentazione fu prevalentemente magmatica.
L’elevata esplosività sarebbe stata determinata soprattutto dalla rapida decompressione di un magma ricco di gas e meccanicamente fragile, mentre l’interazione con acque esterne avrebbe avuto un ruolo più limitato e circoscritto.
«Le grandi quantità di cenere fine erano state finora considerate una prova di una frammentazione dominata dall’interazione tra magma e acqua», spiega Roberto Sulpizio, autore corrispondente dello studio e docente dell’Università di Bari.
«I nuovi dati mostrano invece che caratteristiche simili possono svilupparsi anche in eruzioni alimentate prevalentemente dai gas contenuti nel magma.
Un risultato che va oltre il caso dei Campi Flegrei e contribuisce all’interpretazione di numerose grandi eruzioni esplosive».
Un volume inferiore alle stime precedenti
Lo studio rivede anche le dimensioni dell’eruzione.
Le ricostruzioni finora disponibili stimavano un volume superiore a 40-50 chilometri cubi di magma (Dense Rock Equivalent, DRE), ovvero il volume equivalente di roccia magmatica priva di vuoti.
La nuova ricostruzione ridimensiona sensibilmente queste stime, indicando un volume compreso tra 16 e 20 chilometri cubi DRE.
Pur trattandosi di una delle maggiori eruzioni esplosive dell’area flegrea, l’evento avrebbe quindi avuto dimensioni significativamente inferiori rispetto a quanto ipotizzato in passato.
Un collasso progressivo e localizzato
Anche il processo di formazione della caldera viene reinterpretato.
Secondo i risultati dello studio, non si verificò un unico collasso catastrofico “a pistone” dell’intera area centrale dei Campi Flegrei.
I dati indicano invece un collasso progressivo e frammentato, sviluppatosi attraverso l’attivazione successiva di differenti segmenti di faglia.
Il cedimento avrebbe interessato principalmente il settore compreso tra la piana di Agnano e l’area del Gauro, lungo strutture geologiche preesistenti ereditate dalle precedenti fasi evolutive della caldera.
Questa ricostruzione evidenzia come l’assetto geologico del territorio possa influenzare sia la localizzazione delle bocche eruttive sia le modalità di propagazione del collasso durante una grande eruzione.
Le implicazioni per la pericolosità vulcanica
I Campi Flegrei stanno attraversando una prolungata fase di attività, caratterizzata da sollevamento del suolo, sismicità diffusa e variazioni del sistema idrotermale.
Lo studio non formula previsioni sull’evoluzione della crisi in corso né suggerisce che un’eruzione analoga a quella del Tufo Giallo Napoletano sia imminente o rappresenti lo scenario più probabile.
I risultati contribuiscono però a migliorare la comprensione dei processi che possono verificarsi in una caldera attiva e densamente popolata, evidenziando alcuni aspetti particolarmente rilevanti per la valutazione
Lo studio coordinato al Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro rivede età, dimensioni, dinamica eruttiva e formazione della caldera di uno dei più importanti eventi vulcanici dei Campi Flegrei.
I risultati mettono in discussione alcuni elementi chiave del modello tradizionale dell’eruzione, offrendo nuove interpretazioni sul meccanismo di frammentazione del magma, sulla struttura del sistema magmatico, sul volume complessivamente eruttato e sul processo che portò al collasso della caldera.
Un’eruzione avvenuta circa 14.000 anni fa
Le nuove datazioni radiometriche collocano l’eruzione a 13.980 ± 140 anni fa, fornendo un riferimento cronologico più preciso per correlare i depositi dell’area flegrea con le ceneri rinvenute nelle successioni geologiche terrestri, marine e lacustri del Mediterraneo.
Secondo lo studio, l’eruzione ebbe un andamento fortemente pulsante, caratterizzato da ripetute variazioni nella portata del magma e da una progressiva riorganizzazione delle bocche eruttive.
Un comportamento raramente documentato, a questa scala, nelle grandi eruzioni associate alla formazione di caldere.
Le analisi sulla morfologia delle particelle di cenere, sulla vescicolarità delle pomici, sulla composizione dei depositi e sulla geochimica dei vetri indicano inoltre che la frammentazione fu prevalentemente magmatica.
L’elevata esplosività sarebbe stata determinata soprattutto dalla rapida decompressione di un magma ricco di gas e meccanicamente fragile, mentre l’interazione con acque esterne avrebbe avuto un ruolo più limitato e circoscritto.
«Le grandi quantità di cenere fine erano state finora considerate una prova di una frammentazione dominata dall’interazione tra magma e acqua», spiega Roberto Sulpizio, autore corrispondente dello studio e docente dell’Università di Bari.
«I nuovi dati mostrano invece che caratteristiche simili possono svilupparsi anche in eruzioni alimentate prevalentemente dai gas contenuti nel magma.
Un risultato che va oltre il caso dei Campi Flegrei e contribuisce all’interpretazione di numerose grandi eruzioni esplosive».
Un volume inferiore alle stime precedenti
Lo studio rivede anche le dimensioni dell’eruzione.
Le ricostruzioni finora disponibili stimavano un volume superiore a 40-50 chilometri cubi di magma (Dense Rock Equivalent, DRE), ovvero il volume equivalente di roccia magmatica priva di vuoti.
La nuova ricostruzione ridimensiona sensibilmente queste stime, indicando un volume compreso tra 16 e 20 chilometri cubi DRE.
Pur trattandosi di una delle maggiori eruzioni esplosive dell’area flegrea, l’evento avrebbe quindi avuto dimensioni significativamente inferiori rispetto a quanto ipotizzato in passato.
Un collasso progressivo e localizzato
Anche il processo di formazione della caldera viene reinterpretato.
Secondo i risultati dello studio, non si verificò un unico collasso catastrofico “a pistone” dell’intera area centrale dei Campi Flegrei.
I dati indicano invece un collasso progressivo e frammentato, sviluppatosi attraverso l’attivazione successiva di differenti segmenti di faglia.
Il cedimento avrebbe interessato principalmente il settore compreso tra la piana di Agnano e l’area del Gauro, lungo strutture geologiche preesistenti ereditate dalle precedenti fasi evolutive della caldera.
Questa ricostruzione evidenzia come l’assetto geologico del territorio possa influenzare sia la localizzazione delle bocche eruttive sia le modalità di propagazione del collasso durante una grande eruzione.
Le implicazioni per la pericolosità vulcanica
I Campi Flegrei stanno attraversando una prolungata fase di attività, caratterizzata da sollevamento del suolo, sismicità diffusa e variazioni del sistema idrotermale.
Lo studio non formula previsioni sull’evoluzione della crisi in corso né suggerisce che un’eruzione analoga a quella del Tufo Giallo Napoletano sia imminente o rappresenti lo scenario più probabile.
I risultati contribuiscono però a migliorare la comprensione dei processi che possono verificarsi in una caldera attiva e densamente popolata, evidenziando alcuni aspetti particolarmente rilevanti per la valutazione
Lo studio coordinato al Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro rivede età, dimensioni, dinamica eruttiva e formazione della caldera di uno dei più importanti eventi vulcanici dei Campi Flegrei.
I risultati mettono in discussione alcuni elementi chiave del modello tradizionale dell’eruzione, offrendo nuove interpretazioni sul meccanismo di frammentazione del magma, sulla struttura del sistema magmatico, sul volume complessivamente eruttato e sul processo che portò al collasso della caldera.
Un’eruzione avvenuta circa 14.000 anni fa
Le nuove datazioni radiometriche collocano l’eruzione a 13.980 ± 140 anni fa, fornendo un riferimento cronologico più preciso per correlare i depositi dell’area flegrea con le ceneri rinvenute nelle successioni geologiche terrestri, marine e lacustri del Mediterraneo.
Secondo lo studio, l’eruzione ebbe un andamento fortemente pulsante, caratterizzato da ripetute variazioni nella portata del magma e da una progressiva riorganizzazione delle bocche eruttive.
Un comportamento raramente documentato, a questa scala, nelle grandi eruzioni associate alla formazione di caldere.
Le analisi sulla morfologia delle particelle di cenere, sulla vescicolarità delle pomici, sulla composizione dei depositi e sulla geochimica dei vetri indicano inoltre che la frammentazione fu prevalentemente magmatica.
L’elevata esplosività sarebbe stata determinata soprattutto dalla rapida decompressione di un magma ricco di gas e meccanicamente fragile, mentre l’interazione con acque esterne avrebbe avuto un ruolo più limitato e circoscritto.
«Le grandi quantità di cenere fine erano state finora considerate una prova di una frammentazione dominata dall’interazione tra magma e acqua», spiega Roberto Sulpizio, autore corrispondente dello studio e docente dell’Università di Bari.
«I nuovi dati mostrano invece che caratteristiche simili possono svilupparsi anche in eruzioni alimentate prevalentemente dai gas contenuti nel magma.
Un risultato che va oltre il caso dei Campi Flegrei e contribuisce all’interpretazione di numerose grandi eruzioni esplosive».
Un volume inferiore alle stime precedenti
Lo studio rivede anche le dimensioni dell’eruzione.
Le ricostruzioni finora disponibili stimavano un volume superiore a 40-50 chilometri cubi di magma (Dense Rock Equivalent, DRE), ovvero il volume equivalente di roccia magmatica priva di vuoti.
La nuova ricostruzione ridimensiona sensibilmente queste stime, indicando un volume compreso tra 16 e 20 chilometri cubi DRE.
Pur trattandosi di una delle maggiori eruzioni esplosive dell’area flegrea, l’evento avrebbe quindi avuto dimensioni significativamente inferiori rispetto a quanto ipotizzato in passato.
Un collasso progressivo e localizzato
Anche il processo di formazione della caldera viene reinterpretato.
Secondo i risultati dello studio, non si verificò un unico collasso catastrofico “a pistone” dell’intera area centrale dei Campi Flegrei.
I dati indicano invece un collasso progressivo e frammentato, sviluppatosi attraverso l’attivazione successiva di differenti segmenti di faglia.
Il cedimento avrebbe interessato principalmente il settore compreso tra la piana di Agnano e l’area del Gauro, lungo strutture geologiche preesistenti ereditate dalle precedenti fasi evolutive della caldera.
Questa ricostruzione evidenzia come l’assetto geologico del territorio possa influenzare sia la localizzazione delle bocche eruttive sia le modalità di propagazione del collasso durante una grande eruzione.
Le implicazioni per la pericolosità vulcanica
I Campi Flegrei stanno attraversando una prolungata fase di attività, caratterizzata da sollevamento del suolo, sismicità diffusa e variazioni del sistema idrotermale.
Lo studio non formula previsioni sull’evoluzione della crisi in corso né suggerisce che un’eruzione analoga a quella del Tufo Giallo Napoletano sia imminente o rappresenti lo scenario più probabile.
I risultati contribuiscono però a migliorare la comprensione dei processi che possono verificarsi in una caldera attiva e densamente popolata, evidenziando alcuni aspetti particolarmente rilevanti per la valutazione
Lo studio coordinato al Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro rivede età, dimensioni, dinamica eruttiva e formazione della caldera di uno dei più importanti eventi vulcanici dei Campi Flegrei.
I risultati mettono in discussione alcuni elementi chiave del modello tradizionale dell’eruzione, offrendo nuove interpretazioni sul meccanismo di frammentazione del magma, sulla struttura del sistema magmatico, sul volume complessivamente eruttato e sul processo che portò al collasso della caldera.
Un’eruzione avvenuta circa 14.000 anni fa
Le nuove datazioni radiometriche collocano l’eruzione a 13.980 ± 140 anni fa, fornendo un riferimento cronologico più preciso per correlare i depositi dell’area flegrea con le ceneri rinvenute nelle successioni geologiche terrestri, marine e lacustri del Mediterraneo.
Secondo lo studio, l’eruzione ebbe un andamento fortemente pulsante, caratterizzato da ripetute variazioni nella portata del magma e da una progressiva riorganizzazione delle bocche eruttive.
Un comportamento raramente documentato, a questa scala, nelle grandi eruzioni associate alla formazione di caldere.
Le analisi sulla morfologia delle particelle di cenere, sulla vescicolarità delle pomici, sulla composizione dei depositi e sulla geochimica dei vetri indicano inoltre che la frammentazione fu prevalentemente magmatica.
L’elevata esplosività sarebbe stata determinata soprattutto dalla rapida decompressione di un magma ricco di gas e meccanicamente fragile, mentre l’interazione con acque esterne avrebbe avuto un ruolo più limitato e circoscritto.
«Le grandi quantità di cenere fine erano state finora considerate una prova di una frammentazione dominata dall’interazione tra magma e acqua», spiega Roberto Sulpizio, autore corrispondente dello studio e docente dell’Università di Bari.
«I nuovi dati mostrano invece che caratteristiche simili possono svilupparsi anche in eruzioni alimentate prevalentemente dai gas contenuti nel magma.
Un risultato che va oltre il caso dei Campi Flegrei e contribuisce all’interpretazione di numerose grandi eruzioni esplosive».
Un volume inferiore alle stime precedenti
Lo studio rivede anche le dimensioni dell’eruzione.
Le ricostruzioni finora disponibili stimavano un volume superiore a 40-50 chilometri cubi di magma (Dense Rock Equivalent, DRE), ovvero il volume equivalente di roccia magmatica priva di vuoti.
La nuova ricostruzione ridimensiona sensibilmente queste stime, indicando un volume compreso tra 16 e 20 chilometri cubi DRE.
Pur trattandosi di una delle maggiori eruzioni esplosive dell’area flegrea, l’evento avrebbe quindi avuto dimensioni significativamente inferiori rispetto a quanto ipotizzato in passato.
Un collasso progressivo e localizzato
Anche il processo di formazione della caldera viene reinterpretato.
Secondo i risultati dello studio, non si verificò un unico collasso catastrofico “a pistone” dell’intera area centrale dei Campi Flegrei.
I dati indicano invece un collasso progressivo e frammentato, sviluppatosi attraverso l’attivazione successiva di differenti segmenti di faglia.
Il cedimento avrebbe interessato principalmente il settore compreso tra la piana di Agnano e l’area del Gauro, lungo strutture geologiche preesistenti ereditate dalle precedenti fasi evolutive della caldera.
Questa ricostruzione evidenzia come l’assetto geologico del territorio possa influenzare sia la localizzazione delle bocche eruttive sia le modalità di propagazione del collasso durante una grande eruzione.
Le implicazioni per la pericolosità vulcanica
I Campi Flegrei stanno attraversando una prolungata fase di attività, caratterizzata da sollevamento del suolo, sismicità diffusa e variazioni del sistema idrotermale.
Lo studio non formula previsioni sull’evoluzione della crisi in corso né suggerisce che un’eruzione analoga a quella del Tufo Giallo Napoletano sia imminente o rappresenti lo scenario più probabile.
I risultati contribuiscono però a migliorare la comprensione dei processi che possono verificarsi in una caldera attiva e densamente popolata, evidenziando alcuni aspetti particolarmente rilevanti per la valutazione
Campi Flegrei, uno studio coordinato da UniBa e pubblicato su ScienceDirect, riscrive la storia dell’eruzione del Tufo Giallo Napoletano
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