Capire meglio perché i pazienti con schizofrenia possano rispondere in modo diverso ai farmaci antipsicotici e individuare profili cerebrali utili, in futuro, a personalizzare le terapie.
È questa la prospettiva aperta dallo studio Reproducible human reward imaging phenotypes exhibit differential sensitivity to dopamine D2 receptor antagonism dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Nature Communications, che ha identificato attraverso la risonanza magnetica funzionale due differenti profili di attività cerebrale legati al sistema della ricompensa e a una diversa sensibilità ai farmaci che agiscono sulla dopamina.
Nel dettaglio, la ricerca ha analizzato i dati di risonanza magnetica funzionale di 1251 persone appartenenti a cinque gruppi indipendenti.
I due profili cerebrali sono stati inizialmente individuati in un ampio campione europeo di 890 volontari sani e successivamente ritrovati in un secondo gruppo indipendente di 245 persone reclutate all’Università di Bari, confermando che la distinzione era riproducibile anche in un campione diverso.
Lo studio è poi proseguito con i dati degli studi farmacologici e, infine, con un gruppo clinico raccolto a Bari composto da 34 persone, 17 con schizofrenia e 17 con primo episodio psicotico.
Il lavoro porta le firme, tra gli altri, di Nicola Sambuco, ricercatore del Dipartimento di Biomedicina Traslazionale e Neuroscienze di UniBA, e Antonella Lupo, già iscritta al Dottorato Nazionale in Intelligenza Artificiale per la Salute e le Scienze della Vita sempre a UniBA.
A coordinare il progetto è stato il professore ordinario di Neuropsicologia e Neuroscienze Cognitive dell’Università di Bari Giulio Pergola.
Il focus dello studio riguarda il modo in cui il cervello elabora la ricompensa.
I ricercatori hanno individuato due profili distinti e riproducibili: nel primo l’attività cerebrale è più intensa davanti ai segnali che anticipano una ricompensa; nel secondo è invece maggiore quando la ricompensa viene effettivamente ottenuta.
I due profili, definiti rispettivamente Sign-Tracker (ST) e Goal-Tracker (GT), erano già stati descritti negli studi sui roditori e sono stati ora identificati nell’uomo e replicati in campioni indipendenti.
La distinzione assume particolare rilevanza nel momento in cui entrano in gioco i farmaci.
A tal proposito, il dottor Sambuco spiega: “Rianalizzando quei dati con il nostro modello sono emersi effetti dei farmaci che restavano invisibili quando i partecipanti venivano considerati tutti insieme.
I farmaci che bloccano i recettori D2 della dopamina riducevano la risposta cerebrale ai segnali di ricompensa soltanto nel gruppo attratto dal segnale, che riferiva anche un calo di energia.
Nell’altro gruppo questo effetto non emergeva”.
In particolare, l’effetto di riduzione della risposta anticipatoria ha riguardato i soggetti con profilo ST trattati con risperidone, aloperidolo e amisulpride, ma non quelli con profilo GT.
L’aripiprazolo, che agisce attraverso un meccanismo differente, ha prodotto invece uno schema di risposta opposto.
Si tratta di un avanzamento metodologico fondamentale: l’analisi originaria degli stessi dati sull’amisulpride non aveva per esempio mostrato alcun effetto significativo sull’anticipazione della ricompensa.
È stato solo grazie alla suddivisione nei due profili cerebrali che è emersa una risposta farmacologica precisa, fino a quel momento mascherata dalla media di gruppo.
Il coordinatore dello studio Giulio Pergola spiega: “Si parla spesso di ricerca interdisciplinare e questo ne è un vero esempio.
L’utilizzo di un modello derivato dalla psicologia sperimentale ha permesso l’identificazione di sottogruppi di pazienti che effettivamente rispondono in modo diverso al trattamento farmacologico.
L’unione delle prospettive provenienti dalla psicologia, dalla biologia e dalla medicina fa la forza di questo studio”.
Il modello è stato applicato ai pazienti con schizofrenia e primo episodio psicotico seguiti a Bari.
Anche nel campione clinico, i ricercatori sono riusciti a riconoscere i due differenti profili di attività cerebrale.
Nei pazienti per i quali erano disponibili informazioni sul trattamento, inoltre, una maggiore azione della terapia sui recettori D2 della dopamina è risultata associata a una minore attività dello striato ventrale durante l’anticipazione della ricompensa.
Tale risposta cerebrale è risultata a sua volta collegata alla gravità dei sintomi negativi, come apatia e ritiro sociale.
Un aspetto di particolare interesse, perché proprio i sintomi negativi rappresentano una dimensione della schizofrenia spesso resistente ai trattamenti.
I risultati suggeriscono quindi che le differenze individuali nell’attività cerebrale possano contribuire a spiegare perché gli effetti delle terapie che agiscono sul sistema dopaminergico non siano uniformi tra i pazienti.
La ricerca apre dunque la prospettiva di una psichiatria più personalizzata, nella quale le informazioni ottenute attraverso il neuroimaging possano contribuire in futuro a distinguere gruppi di pazienti con una diversa sensibilità ai trattamenti.
Non si tratta ancora di un test pronto per l’impiego clinico: gli stessi autori sottolineano, tra i limiti dello studio, le dimensioni contenute del campione di pazienti e la difficoltà di distinguere completamente le caratteristiche individuali dagli effetti prodotti nel tempo dall’assunzione di farmaci antipsicotici.
È però innegabile che i risultati indichino un possibile biomarcatore di neuroimaging e una strada da approfondire verso future previsioni cliniche basate sulla risonanza magnetica funzionale.
Il professor Alessandro Bertolino, direttore della Clinica Psichiatrica di UniBa e tra i coautori dello studio, afferma: “Studi come questo mostrano che il neuroimaging può diventare uno strumento clinico e non soltanto di ricerca.
L’obiettivo è arrivare a distinguere in anticipo quali pazienti siano più sensibili a un determinato trattamento, per aumentarne i benefici e ridurre il rischio di effetti indesiderati”.
Link all’articolo:
https://doi.org/10.1038/s41467-026-77317-2


Capire meglio perché i pazienti con schizofrenia possano rispondere in modo diverso ai farmaci antipsicotici e individuare profili cerebrali utili, in futuro, a personalizzare le terapie.
È questa la prospettiva aperta dallo studio Reproducible human reward imaging phenotypes exhibit differential sensitivity to dopamine D2 receptor antagonism dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Nature Communications, che ha identificato attraverso la risonanza magnetica funzionale due differenti profili di attività cerebrale legati al sistema della ricompensa e a una diversa sensibilità ai farmaci che agiscono sulla dopamina.
Nel dettaglio, la ricerca ha analizzato i dati di risonanza magnetica funzionale di 1251 persone appartenenti a cinque gruppi indipendenti.
I due profili cerebrali sono stati inizialmente individuati in un ampio campione europeo di 890 volontari sani e successivamente ritrovati in un secondo gruppo indipendente di 245 persone reclutate all’Università di Bari, confermando che la distinzione era riproducibile anche in un campione diverso.
Lo studio è poi proseguito con i dati degli studi farmacologici e, infine, con un gruppo clinico raccolto a Bari composto da 34 persone, 17 con schizofrenia e 17 con primo episodio psicotico.
Il lavoro porta le firme, tra gli altri, di Nicola Sambuco, ricercatore del Dipartimento di Biomedicina Traslazionale e Neuroscienze di UniBA, e Antonella Lupo, già iscritta al Dottorato Nazionale in Intelligenza Artificiale per la Salute e le Scienze della Vita sempre a UniBA.
A coordinare il progetto è stato il professore ordinario di Neuropsicologia e Neuroscienze Cognitive dell’Università di Bari Giulio Pergola.
Il focus dello studio riguarda il modo in cui il cervello elabora la ricompensa.
I ricercatori hanno individuato due profili distinti e riproducibili: nel primo l’attività cerebrale è più intensa davanti ai segnali che anticipano una ricompensa; nel secondo è invece maggiore quando la ricompensa viene effettivamente ottenuta.
I due profili, definiti rispettivamente Sign-Tracker (ST) e Goal-Tracker (GT), erano già stati descritti negli studi sui roditori e sono stati ora identificati nell’uomo e replicati in campioni indipendenti.
La distinzione assume particolare rilevanza nel momento in cui entrano in gioco i farmaci.
A tal proposito, il dottor Sambuco spiega: “Rianalizzando quei dati con il nostro modello sono emersi effetti dei farmaci che restavano invisibili quando i partecipanti venivano considerati tutti insieme.
I farmaci che bloccano i recettori D2 della dopamina riducevano la risposta cerebrale ai segnali di ricompensa soltanto nel gruppo attratto dal segnale, che riferiva anche un calo di energia.
Nell’altro gruppo questo effetto non emergeva”.
In particolare, l’effetto di riduzione della risposta anticipatoria ha riguardato i soggetti con profilo ST trattati con risperidone, aloperidolo e amisulpride, ma non quelli con profilo GT.
L’aripiprazolo, che agisce attraverso un meccanismo differente, ha prodotto invece uno schema di risposta opposto.
Si tratta di un avanzamento metodologico fondamentale: l’analisi originaria degli stessi dati sull’amisulpride non aveva per esempio mostrato alcun effetto significativo sull’anticipazione della ricompensa.
È stato solo grazie alla suddivisione nei due profili cerebrali che è emersa una risposta farmacologica precisa, fino a quel momento mascherata dalla media di gruppo.
Il coordinatore dello studio Giulio Pergola spiega: “Si parla spesso di ricerca interdisciplinare e questo ne è un vero esempio.
L’utilizzo di un modello derivato dalla psicologia sperimentale ha permesso l’identificazione di sottogruppi di pazienti che effettivamente rispondono in modo diverso al trattamento farmacologico.
L’unione delle prospettive provenienti dalla psicologia, dalla biologia e dalla medicina fa la forza di questo studio”.
Il modello è stato applicato ai pazienti con schizofrenia e primo episodio psicotico seguiti a Bari.
Anche nel campione clinico, i ricercatori sono riusciti a riconoscere i due differenti profili di attività cerebrale.
Nei pazienti per i quali erano disponibili informazioni sul trattamento, inoltre, una maggiore azione della terapia sui recettori D2 della dopamina è risultata associata a una minore attività dello striato ventrale durante l’anticipazione della ricompensa.
Tale risposta cerebrale è risultata a sua volta collegata alla gravità dei sintomi negativi, come apatia e ritiro sociale.
Un aspetto di particolare interesse, perché proprio i sintomi negativi rappresentano una dimensione della schizofrenia spesso resistente ai trattamenti.
I risultati suggeriscono quindi che le differenze individuali nell’attività cerebrale possano contribuire a spiegare perché gli effetti delle terapie che agiscono sul sistema dopaminergico non siano uniformi tra i pazienti.
La ricerca apre dunque la prospettiva di una psichiatria più personalizzata, nella quale le informazioni ottenute attraverso il neuroimaging possano contribuire in futuro a distinguere gruppi di pazienti con una diversa sensibilità ai trattamenti.
Non si tratta ancora di un test pronto per l’impiego clinico: gli stessi autori sottolineano, tra i limiti dello studio, le dimensioni contenute del campione di pazienti e la difficoltà di distinguere completamente le caratteristiche individuali dagli effetti prodotti nel tempo dall’assunzione di farmaci antipsicotici.
È però innegabile che i risultati indichino un possibile biomarcatore di neuroimaging e una strada da approfondire verso future previsioni cliniche basate sulla risonanza magnetica funzionale.
Il professor Alessandro Bertolino, direttore della Clinica Psichiatrica di UniBa e tra i coautori dello studio, afferma: “Studi come questo mostrano che il neuroimaging può diventare uno strumento clinico e non soltanto di ricerca.
L’obiettivo è arrivare a distinguere in anticipo quali pazienti siano più sensibili a un determinato trattamento, per aumentarne i benefici e ridurre il rischio di effetti indesiderati”.
Link all’articolo:
https://doi.org/10.1038/s41467-026-77317-2
Capire meglio perché i pazienti con schizofrenia possano rispondere in modo diverso ai farmaci antipsicotici e individuare profili cerebrali utili, in futuro, a personalizzare le terapie.
È questa la prospettiva aperta dallo studio Reproducible human reward imaging phenotypes exhibit differential sensitivity to dopamine D2 receptor antagonism dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Nature Communications, che ha identificato attraverso la risonanza magnetica funzionale due differenti profili di attività cerebrale legati al sistema della ricompensa e a una diversa sensibilità ai farmaci che agiscono sulla dopamina.
Nel dettaglio, la ricerca ha analizzato i dati di risonanza magnetica funzionale di 1251 persone appartenenti a cinque gruppi indipendenti.
I due profili cerebrali sono stati inizialmente individuati in un ampio campione europeo di 890 volontari sani e successivamente ritrovati in un secondo gruppo indipendente di 245 persone reclutate all’Università di Bari, confermando che la distinzione era riproducibile anche in un campione diverso.
Lo studio è poi proseguito con i dati degli studi farmacologici e, infine, con un gruppo clinico raccolto a Bari composto da 34 persone, 17 con schizofrenia e 17 con primo episodio psicotico.
Il lavoro porta le firme, tra gli altri, di Nicola Sambuco, ricercatore del Dipartimento di Biomedicina Traslazionale e Neuroscienze di UniBA, e Antonella Lupo, già iscritta al Dottorato Nazionale in Intelligenza Artificiale per la Salute e le Scienze della Vita sempre a UniBA.
A coordinare il progetto è stato il professore ordinario di Neuropsicologia e Neuroscienze Cognitive dell’Università di Bari Giulio Pergola.
Il focus dello studio riguarda il modo in cui il cervello elabora la ricompensa.
I ricercatori hanno individuato due profili distinti e riproducibili: nel primo l’attività cerebrale è più intensa davanti ai segnali che anticipano una ricompensa; nel secondo è invece maggiore quando la ricompensa viene effettivamente ottenuta.
I due profili, definiti rispettivamente Sign-Tracker (ST) e Goal-Tracker (GT), erano già stati descritti negli studi sui roditori e sono stati ora identificati nell’uomo e replicati in campioni indipendenti.
La distinzione assume particolare rilevanza nel momento in cui entrano in gioco i farmaci.
A tal proposito, il dottor Sambuco spiega: “Rianalizzando quei dati con il nostro modello sono emersi effetti dei farmaci che restavano invisibili quando i partecipanti venivano considerati tutti insieme.
I farmaci che bloccano i recettori D2 della dopamina riducevano la risposta cerebrale ai segnali di ricompensa soltanto nel gruppo attratto dal segnale, che riferiva anche un calo di energia.
Nell’altro gruppo questo effetto non emergeva”.
In particolare, l’effetto di riduzione della risposta anticipatoria ha riguardato i soggetti con profilo ST trattati con risperidone, aloperidolo e amisulpride, ma non quelli con profilo GT.
L’aripiprazolo, che agisce attraverso un meccanismo differente, ha prodotto invece uno schema di risposta opposto.
Si tratta di un avanzamento metodologico fondamentale: l’analisi originaria degli stessi dati sull’amisulpride non aveva per esempio mostrato alcun effetto significativo sull’anticipazione della ricompensa.
È stato solo grazie alla suddivisione nei due profili cerebrali che è emersa una risposta farmacologica precisa, fino a quel momento mascherata dalla media di gruppo.
Il coordinatore dello studio Giulio Pergola spiega: “Si parla spesso di ricerca interdisciplinare e questo ne è un vero esempio.
L’utilizzo di un modello derivato dalla psicologia sperimentale ha permesso l’identificazione di sottogruppi di pazienti che effettivamente rispondono in modo diverso al trattamento farmacologico.
L’unione delle prospettive provenienti dalla psicologia, dalla biologia e dalla medicina fa la forza di questo studio”.
Il modello è stato applicato ai pazienti con schizofrenia e primo episodio psicotico seguiti a Bari.
Anche nel campione clinico, i ricercatori sono riusciti a riconoscere i due differenti profili di attività cerebrale.
Nei pazienti per i quali erano disponibili informazioni sul trattamento, inoltre, una maggiore azione della terapia sui recettori D2 della dopamina è risultata associata a una minore attività dello striato ventrale durante l’anticipazione della ricompensa.
Tale risposta cerebrale è risultata a sua volta collegata alla gravità dei sintomi negativi, come apatia e ritiro sociale.
Un aspetto di particolare interesse, perché proprio i sintomi negativi rappresentano una dimensione della schizofrenia spesso resistente ai trattamenti.
I risultati suggeriscono quindi che le differenze individuali nell’attività cerebrale possano contribuire a spiegare perché gli effetti delle terapie che agiscono sul sistema dopaminergico non siano uniformi tra i pazienti.
La ricerca apre dunque la prospettiva di una psichiatria più personalizzata, nella quale le informazioni ottenute attraverso il neuroimaging possano contribuire in futuro a distinguere gruppi di pazienti con una diversa sensibilità ai trattamenti.
Non si tratta ancora di un test pronto per l’impiego clinico: gli stessi autori sottolineano, tra i limiti dello studio, le dimensioni contenute del campione di pazienti e la difficoltà di distinguere completamente le caratteristiche individuali dagli effetti prodotti nel tempo dall’assunzione di farmaci antipsicotici.
È però innegabile che i risultati indichino un possibile biomarcatore di neuroimaging e una strada da approfondire verso future previsioni cliniche basate sulla risonanza magnetica funzionale.
Il professor Alessandro Bertolino, direttore della Clinica Psichiatrica di UniBa e tra i coautori dello studio, afferma: “Studi come questo mostrano che il neuroimaging può diventare uno strumento clinico e non soltanto di ricerca.
L’obiettivo è arrivare a distinguere in anticipo quali pazienti siano più sensibili a un determinato trattamento, per aumentarne i benefici e ridurre il rischio di effetti indesiderati”.
Link all’articolo:
https://doi.org/10.1038/s41467-026-77317-2
Capire meglio perché i pazienti con schizofrenia possano rispondere in modo diverso ai farmaci antipsicotici e individuare profili cerebrali utili, in futuro, a personalizzare le terapie.
È questa la prospettiva aperta dallo studio Reproducible human reward imaging phenotypes exhibit differential sensitivity to dopamine D2 receptor antagonism dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Nature Communications, che ha identificato attraverso la risonanza magnetica funzionale due differenti profili di attività cerebrale legati al sistema della ricompensa e a una diversa sensibilità ai farmaci che agiscono sulla dopamina.
Nel dettaglio, la ricerca ha analizzato i dati di risonanza magnetica funzionale di 1251 persone appartenenti a cinque gruppi indipendenti.
I due profili cerebrali sono stati inizialmente individuati in un ampio campione europeo di 890 volontari sani e successivamente ritrovati in un secondo gruppo indipendente di 245 persone reclutate all’Università di Bari, confermando che la distinzione era riproducibile anche in un campione diverso.
Lo studio è poi proseguito con i dati degli studi farmacologici e, infine, con un gruppo clinico raccolto a Bari composto da 34 persone, 17 con schizofrenia e 17 con primo episodio psicotico.
Il lavoro porta le firme, tra gli altri, di Nicola Sambuco, ricercatore del Dipartimento di Biomedicina Traslazionale e Neuroscienze di UniBA, e Antonella Lupo, già iscritta al Dottorato Nazionale in Intelligenza Artificiale per la Salute e le Scienze della Vita sempre a UniBA.
A coordinare il progetto è stato il professore ordinario di Neuropsicologia e Neuroscienze Cognitive dell’Università di Bari Giulio Pergola.
Il focus dello studio riguarda il modo in cui il cervello elabora la ricompensa.
I ricercatori hanno individuato due profili distinti e riproducibili: nel primo l’attività cerebrale è più intensa davanti ai segnali che anticipano una ricompensa; nel secondo è invece maggiore quando la ricompensa viene effettivamente ottenuta.
I due profili, definiti rispettivamente Sign-Tracker (ST) e Goal-Tracker (GT), erano già stati descritti negli studi sui roditori e sono stati ora identificati nell’uomo e replicati in campioni indipendenti.
La distinzione assume particolare rilevanza nel momento in cui entrano in gioco i farmaci.
A tal proposito, il dottor Sambuco spiega: “Rianalizzando quei dati con il nostro modello sono emersi effetti dei farmaci che restavano invisibili quando i partecipanti venivano considerati tutti insieme.
I farmaci che bloccano i recettori D2 della dopamina riducevano la risposta cerebrale ai segnali di ricompensa soltanto nel gruppo attratto dal segnale, che riferiva anche un calo di energia.
Nell’altro gruppo questo effetto non emergeva”.
In particolare, l’effetto di riduzione della risposta anticipatoria ha riguardato i soggetti con profilo ST trattati con risperidone, aloperidolo e amisulpride, ma non quelli con profilo GT.
L’aripiprazolo, che agisce attraverso un meccanismo differente, ha prodotto invece uno schema di risposta opposto.
Si tratta di un avanzamento metodologico fondamentale: l’analisi originaria degli stessi dati sull’amisulpride non aveva per esempio mostrato alcun effetto significativo sull’anticipazione della ricompensa.
È stato solo grazie alla suddivisione nei due profili cerebrali che è emersa una risposta farmacologica precisa, fino a quel momento mascherata dalla media di gruppo.
Il coordinatore dello studio Giulio Pergola spiega: “Si parla spesso di ricerca interdisciplinare e questo ne è un vero esempio.
L’utilizzo di un modello derivato dalla psicologia sperimentale ha permesso l’identificazione di sottogruppi di pazienti che effettivamente rispondono in modo diverso al trattamento farmacologico.
L’unione delle prospettive provenienti dalla psicologia, dalla biologia e dalla medicina fa la forza di questo studio”.
Il modello è stato applicato ai pazienti con schizofrenia e primo episodio psicotico seguiti a Bari.
Anche nel campione clinico, i ricercatori sono riusciti a riconoscere i due differenti profili di attività cerebrale.
Nei pazienti per i quali erano disponibili informazioni sul trattamento, inoltre, una maggiore azione della terapia sui recettori D2 della dopamina è risultata associata a una minore attività dello striato ventrale durante l’anticipazione della ricompensa.
Tale risposta cerebrale è risultata a sua volta collegata alla gravità dei sintomi negativi, come apatia e ritiro sociale.
Un aspetto di particolare interesse, perché proprio i sintomi negativi rappresentano una dimensione della schizofrenia spesso resistente ai trattamenti.
I risultati suggeriscono quindi che le differenze individuali nell’attività cerebrale possano contribuire a spiegare perché gli effetti delle terapie che agiscono sul sistema dopaminergico non siano uniformi tra i pazienti.
La ricerca apre dunque la prospettiva di una psichiatria più personalizzata, nella quale le informazioni ottenute attraverso il neuroimaging possano contribuire in futuro a distinguere gruppi di pazienti con una diversa sensibilità ai trattamenti.
Non si tratta ancora di un test pronto per l’impiego clinico: gli stessi autori sottolineano, tra i limiti dello studio, le dimensioni contenute del campione di pazienti e la difficoltà di distinguere completamente le caratteristiche individuali dagli effetti prodotti nel tempo dall’assunzione di farmaci antipsicotici.
È però innegabile che i risultati indichino un possibile biomarcatore di neuroimaging e una strada da approfondire verso future previsioni cliniche basate sulla risonanza magnetica funzionale.
Il professor Alessandro Bertolino, direttore della Clinica Psichiatrica di UniBa e tra i coautori dello studio, afferma: “Studi come questo mostrano che il neuroimaging può diventare uno strumento clinico e non soltanto di ricerca.
L’obiettivo è arrivare a distinguere in anticipo quali pazienti siano più sensibili a un determinato trattamento, per aumentarne i benefici e ridurre il rischio di effetti indesiderati”.
Link all’articolo:
https://doi.org/10.1038/s41467-026-77317-2
Capire meglio perché i pazienti con schizofrenia possano rispondere in modo diverso ai farmaci antipsicotici e individuare profili cerebrali utili, in futuro, a personalizzare le terapie.
È questa la prospettiva aperta dallo studio Reproducible human reward imaging phenotypes exhibit differential sensitivity to dopamine D2 receptor antagonism dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Nature Communications, che ha identificato attraverso la risonanza magnetica funzionale due differenti profili di attività cerebrale legati al sistema della ricompensa e a una diversa sensibilità ai farmaci che agiscono sulla dopamina.
Nel dettaglio, la ricerca ha analizzato i dati di risonanza magnetica funzionale di 1251 persone appartenenti a cinque gruppi indipendenti.
I due profili cerebrali sono stati inizialmente individuati in un ampio campione europeo di 890 volontari sani e successivamente ritrovati in un secondo gruppo indipendente di 245 persone reclutate all’Università di Bari, confermando che la distinzione era riproducibile anche in un campione diverso.
Lo studio è poi proseguito con i dati degli studi farmacologici e, infine, con un gruppo clinico raccolto a Bari composto da 34 persone, 17 con schizofrenia e 17 con primo episodio psicotico.
Il lavoro porta le firme, tra gli altri, di Nicola Sambuco, ricercatore del Dipartimento di Biomedicina Traslazionale e Neuroscienze di UniBA, e Antonella Lupo, già iscritta al Dottorato Nazionale in Intelligenza Artificiale per la Salute e le Scienze della Vita sempre a UniBA.
A coordinare il progetto è stato il professore ordinario di Neuropsicologia e Neuroscienze Cognitive dell’Università di Bari Giulio Pergola.
Il focus dello studio riguarda il modo in cui il cervello elabora la ricompensa.
I ricercatori hanno individuato due profili distinti e riproducibili: nel primo l’attività cerebrale è più intensa davanti ai segnali che anticipano una ricompensa; nel secondo è invece maggiore quando la ricompensa viene effettivamente ottenuta.
I due profili, definiti rispettivamente Sign-Tracker (ST) e Goal-Tracker (GT), erano già stati descritti negli studi sui roditori e sono stati ora identificati nell’uomo e replicati in campioni indipendenti.
La distinzione assume particolare rilevanza nel momento in cui entrano in gioco i farmaci.
A tal proposito, il dottor Sambuco spiega: “Rianalizzando quei dati con il nostro modello sono emersi effetti dei farmaci che restavano invisibili quando i partecipanti venivano considerati tutti insieme.
I farmaci che bloccano i recettori D2 della dopamina riducevano la risposta cerebrale ai segnali di ricompensa soltanto nel gruppo attratto dal segnale, che riferiva anche un calo di energia.
Nell’altro gruppo questo effetto non emergeva”.
In particolare, l’effetto di riduzione della risposta anticipatoria ha riguardato i soggetti con profilo ST trattati con risperidone, aloperidolo e amisulpride, ma non quelli con profilo GT.
L’aripiprazolo, che agisce attraverso un meccanismo differente, ha prodotto invece uno schema di risposta opposto.
Si tratta di un avanzamento metodologico fondamentale: l’analisi originaria degli stessi dati sull’amisulpride non aveva per esempio mostrato alcun effetto significativo sull’anticipazione della ricompensa.
È stato solo grazie alla suddivisione nei due profili cerebrali che è emersa una risposta farmacologica precisa, fino a quel momento mascherata dalla media di gruppo.
Il coordinatore dello studio Giulio Pergola spiega: “Si parla spesso di ricerca interdisciplinare e questo ne è un vero esempio.
L’utilizzo di un modello derivato dalla psicologia sperimentale ha permesso l’identificazione di sottogruppi di pazienti che effettivamente rispondono in modo diverso al trattamento farmacologico.
L’unione delle prospettive provenienti dalla psicologia, dalla biologia e dalla medicina fa la forza di questo studio”.
Il modello è stato applicato ai pazienti con schizofrenia e primo episodio psicotico seguiti a Bari.
Anche nel campione clinico, i ricercatori sono riusciti a riconoscere i due differenti profili di attività cerebrale.
Nei pazienti per i quali erano disponibili informazioni sul trattamento, inoltre, una maggiore azione della terapia sui recettori D2 della dopamina è risultata associata a una minore attività dello striato ventrale durante l’anticipazione della ricompensa.
Tale risposta cerebrale è risultata a sua volta collegata alla gravità dei sintomi negativi, come apatia e ritiro sociale.
Un aspetto di particolare interesse, perché proprio i sintomi negativi rappresentano una dimensione della schizofrenia spesso resistente ai trattamenti.
I risultati suggeriscono quindi che le differenze individuali nell’attività cerebrale possano contribuire a spiegare perché gli effetti delle terapie che agiscono sul sistema dopaminergico non siano uniformi tra i pazienti.
La ricerca apre dunque la prospettiva di una psichiatria più personalizzata, nella quale le informazioni ottenute attraverso il neuroimaging possano contribuire in futuro a distinguere gruppi di pazienti con una diversa sensibilità ai trattamenti.
Non si tratta ancora di un test pronto per l’impiego clinico: gli stessi autori sottolineano, tra i limiti dello studio, le dimensioni contenute del campione di pazienti e la difficoltà di distinguere completamente le caratteristiche individuali dagli effetti prodotti nel tempo dall’assunzione di farmaci antipsicotici.
È però innegabile che i risultati indichino un possibile biomarcatore di neuroimaging e una strada da approfondire verso future previsioni cliniche basate sulla risonanza magnetica funzionale.
Il professor Alessandro Bertolino, direttore della Clinica Psichiatrica di UniBa e tra i coautori dello studio, afferma: “Studi come questo mostrano che il neuroimaging può diventare uno strumento clinico e non soltanto di ricerca.
L’obiettivo è arrivare a distinguere in anticipo quali pazienti siano più sensibili a un determinato trattamento, per aumentarne i benefici e ridurre il rischio di effetti indesiderati”.
Link all’articolo:
https://doi.org/10.1038/s41467-026-77317-2
Capire meglio perché i pazienti con schizofrenia possano rispondere in modo diverso ai farmaci antipsicotici e individuare profili cerebrali utili, in futuro, a personalizzare le terapie.
È questa la prospettiva aperta dallo studio Reproducible human reward imaging phenotypes exhibit differential sensitivity to dopamine D2 receptor antagonism dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Nature Communications, che ha identificato attraverso la risonanza magnetica funzionale due differenti profili di attività cerebrale legati al sistema della ricompensa e a una diversa sensibilità ai farmaci che agiscono sulla dopamina.
Nel dettaglio, la ricerca ha analizzato i dati di risonanza magnetica funzionale di 1251 persone appartenenti a cinque gruppi indipendenti.
I due profili cerebrali sono stati inizialmente individuati in un ampio campione europeo di 890 volontari sani e successivamente ritrovati in un secondo gruppo indipendente di 245 persone reclutate all’Università di Bari, confermando che la distinzione era riproducibile anche in un campione diverso.
Lo studio è poi proseguito con i dati degli studi farmacologici e, infine, con un gruppo clinico raccolto a Bari composto da 34 persone, 17 con schizofrenia e 17 con primo episodio psicotico.
Il lavoro porta le firme, tra gli altri, di Nicola Sambuco, ricercatore del Dipartimento di Biomedicina Traslazionale e Neuroscienze di UniBA, e Antonella Lupo, già iscritta al Dottorato Nazionale in Intelligenza Artificiale per la Salute e le Scienze della Vita sempre a UniBA.
A coordinare il progetto è stato il professore ordinario di Neuropsicologia e Neuroscienze Cognitive dell’Università di Bari Giulio Pergola.
Il focus dello studio riguarda il modo in cui il cervello elabora la ricompensa.
I ricercatori hanno individuato due profili distinti e riproducibili: nel primo l’attività cerebrale è più intensa davanti ai segnali che anticipano una ricompensa; nel secondo è invece maggiore quando la ricompensa viene effettivamente ottenuta.
I due profili, definiti rispettivamente Sign-Tracker (ST) e Goal-Tracker (GT), erano già stati descritti negli studi sui roditori e sono stati ora identificati nell’uomo e replicati in campioni indipendenti.
La distinzione assume particolare rilevanza nel momento in cui entrano in gioco i farmaci.
A tal proposito, il dottor Sambuco spiega: “Rianalizzando quei dati con il nostro modello sono emersi effetti dei farmaci che restavano invisibili quando i partecipanti venivano considerati tutti insieme.
I farmaci che bloccano i recettori D2 della dopamina riducevano la risposta cerebrale ai segnali di ricompensa soltanto nel gruppo attratto dal segnale, che riferiva anche un calo di energia.
Nell’altro gruppo questo effetto non emergeva”.
In particolare, l’effetto di riduzione della risposta anticipatoria ha riguardato i soggetti con profilo ST trattati con risperidone, aloperidolo e amisulpride, ma non quelli con profilo GT.
L’aripiprazolo, che agisce attraverso un meccanismo differente, ha prodotto invece uno schema di risposta opposto.
Si tratta di un avanzamento metodologico fondamentale: l’analisi originaria degli stessi dati sull’amisulpride non aveva per esempio mostrato alcun effetto significativo sull’anticipazione della ricompensa.
È stato solo grazie alla suddivisione nei due profili cerebrali che è emersa una risposta farmacologica precisa, fino a quel momento mascherata dalla media di gruppo.
Il coordinatore dello studio Giulio Pergola spiega: “Si parla spesso di ricerca interdisciplinare e questo ne è un vero esempio.
L’utilizzo di un modello derivato dalla psicologia sperimentale ha permesso l’identificazione di sottogruppi di pazienti che effettivamente rispondono in modo diverso al trattamento farmacologico.
L’unione delle prospettive provenienti dalla psicologia, dalla biologia e dalla medicina fa la forza di questo studio”.
Il modello è stato applicato ai pazienti con schizofrenia e primo episodio psicotico seguiti a Bari.
Anche nel campione clinico, i ricercatori sono riusciti a riconoscere i due differenti profili di attività cerebrale.
Nei pazienti per i quali erano disponibili informazioni sul trattamento, inoltre, una maggiore azione della terapia sui recettori D2 della dopamina è risultata associata a una minore attività dello striato ventrale durante l’anticipazione della ricompensa.
Tale risposta cerebrale è risultata a sua volta collegata alla gravità dei sintomi negativi, come apatia e ritiro sociale.
Un aspetto di particolare interesse, perché proprio i sintomi negativi rappresentano una dimensione della schizofrenia spesso resistente ai trattamenti.
I risultati suggeriscono quindi che le differenze individuali nell’attività cerebrale possano contribuire a spiegare perché gli effetti delle terapie che agiscono sul sistema dopaminergico non siano uniformi tra i pazienti.
La ricerca apre dunque la prospettiva di una psichiatria più personalizzata, nella quale le informazioni ottenute attraverso il neuroimaging possano contribuire in futuro a distinguere gruppi di pazienti con una diversa sensibilità ai trattamenti.
Non si tratta ancora di un test pronto per l’impiego clinico: gli stessi autori sottolineano, tra i limiti dello studio, le dimensioni contenute del campione di pazienti e la difficoltà di distinguere completamente le caratteristiche individuali dagli effetti prodotti nel tempo dall’assunzione di farmaci antipsicotici.
È però innegabile che i risultati indichino un possibile biomarcatore di neuroimaging e una strada da approfondire verso future previsioni cliniche basate sulla risonanza magnetica funzionale.
Il professor Alessandro Bertolino, direttore della Clinica Psichiatrica di UniBa e tra i coautori dello studio, afferma: “Studi come questo mostrano che il neuroimaging può diventare uno strumento clinico e non soltanto di ricerca.
L’obiettivo è arrivare a distinguere in anticipo quali pazienti siano più sensibili a un determinato trattamento, per aumentarne i benefici e ridurre il rischio di effetti indesiderati”.
Link all’articolo:
https://doi.org/10.1038/s41467-026-77317-2
Capire meglio perché i pazienti con schizofrenia possano rispondere in modo diverso ai farmaci antipsicotici e individuare profili cerebrali utili, in futuro, a personalizzare le terapie.
È questa la prospettiva aperta dallo studio Reproducible human reward imaging phenotypes exhibit differential sensitivity to dopamine D2 receptor antagonism dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Nature Communications, che ha identificato attraverso la risonanza magnetica funzionale due differenti profili di attività cerebrale legati al sistema della ricompensa e a una diversa sensibilità ai farmaci che agiscono sulla dopamina.
Nel dettaglio, la ricerca ha analizzato i dati di risonanza magnetica funzionale di 1251 persone appartenenti a cinque gruppi indipendenti.
I due profili cerebrali sono stati inizialmente individuati in un ampio campione europeo di 890 volontari sani e successivamente ritrovati in un secondo gruppo indipendente di 245 persone reclutate all’Università di Bari, confermando che la distinzione era riproducibile anche in un campione diverso.
Lo studio è poi proseguito con i dati degli studi farmacologici e, infine, con un gruppo clinico raccolto a Bari composto da 34 persone, 17 con schizofrenia e 17 con primo episodio psicotico.
Il lavoro porta le firme, tra gli altri, di Nicola Sambuco, ricercatore del Dipartimento di Biomedicina Traslazionale e Neuroscienze di UniBA, e Antonella Lupo, già iscritta al Dottorato Nazionale in Intelligenza Artificiale per la Salute e le Scienze della Vita sempre a UniBA.
A coordinare il progetto è stato il professore ordinario di Neuropsicologia e Neuroscienze Cognitive dell’Università di Bari Giulio Pergola.
Il focus dello studio riguarda il modo in cui il cervello elabora la ricompensa.
I ricercatori hanno individuato due profili distinti e riproducibili: nel primo l’attività cerebrale è più intensa davanti ai segnali che anticipano una ricompensa; nel secondo è invece maggiore quando la ricompensa viene effettivamente ottenuta.
I due profili, definiti rispettivamente Sign-Tracker (ST) e Goal-Tracker (GT), erano già stati descritti negli studi sui roditori e sono stati ora identificati nell’uomo e replicati in campioni indipendenti.
La distinzione assume particolare rilevanza nel momento in cui entrano in gioco i farmaci.
A tal proposito, il dottor Sambuco spiega: “Rianalizzando quei dati con il nostro modello sono emersi effetti dei farmaci che restavano invisibili quando i partecipanti venivano considerati tutti insieme.
I farmaci che bloccano i recettori D2 della dopamina riducevano la risposta cerebrale ai segnali di ricompensa soltanto nel gruppo attratto dal segnale, che riferiva anche un calo di energia.
Nell’altro gruppo questo effetto non emergeva”.
In particolare, l’effetto di riduzione della risposta anticipatoria ha riguardato i soggetti con profilo ST trattati con risperidone, aloperidolo e amisulpride, ma non quelli con profilo GT.
L’aripiprazolo, che agisce attraverso un meccanismo differente, ha prodotto invece uno schema di risposta opposto.
Si tratta di un avanzamento metodologico fondamentale: l’analisi originaria degli stessi dati sull’amisulpride non aveva per esempio mostrato alcun effetto significativo sull’anticipazione della ricompensa.
È stato solo grazie alla suddivisione nei due profili cerebrali che è emersa una risposta farmacologica precisa, fino a quel momento mascherata dalla media di gruppo.
Il coordinatore dello studio Giulio Pergola spiega: “Si parla spesso di ricerca interdisciplinare e questo ne è un vero esempio.
L’utilizzo di un modello derivato dalla psicologia sperimentale ha permesso l’identificazione di sottogruppi di pazienti che effettivamente rispondono in modo diverso al trattamento farmacologico.
L’unione delle prospettive provenienti dalla psicologia, dalla biologia e dalla medicina fa la forza di questo studio”.
Il modello è stato applicato ai pazienti con schizofrenia e primo episodio psicotico seguiti a Bari.
Anche nel campione clinico, i ricercatori sono riusciti a riconoscere i due differenti profili di attività cerebrale.
Nei pazienti per i quali erano disponibili informazioni sul trattamento, inoltre, una maggiore azione della terapia sui recettori D2 della dopamina è risultata associata a una minore attività dello striato ventrale durante l’anticipazione della ricompensa.
Tale risposta cerebrale è risultata a sua volta collegata alla gravità dei sintomi negativi, come apatia e ritiro sociale.
Un aspetto di particolare interesse, perché proprio i sintomi negativi rappresentano una dimensione della schizofrenia spesso resistente ai trattamenti.
I risultati suggeriscono quindi che le differenze individuali nell’attività cerebrale possano contribuire a spiegare perché gli effetti delle terapie che agiscono sul sistema dopaminergico non siano uniformi tra i pazienti.
La ricerca apre dunque la prospettiva di una psichiatria più personalizzata, nella quale le informazioni ottenute attraverso il neuroimaging possano contribuire in futuro a distinguere gruppi di pazienti con una diversa sensibilità ai trattamenti.
Non si tratta ancora di un test pronto per l’impiego clinico: gli stessi autori sottolineano, tra i limiti dello studio, le dimensioni contenute del campione di pazienti e la difficoltà di distinguere completamente le caratteristiche individuali dagli effetti prodotti nel tempo dall’assunzione di farmaci antipsicotici.
È però innegabile che i risultati indichino un possibile biomarcatore di neuroimaging e una strada da approfondire verso future previsioni cliniche basate sulla risonanza magnetica funzionale.
Il professor Alessandro Bertolino, direttore della Clinica Psichiatrica di UniBa e tra i coautori dello studio, afferma: “Studi come questo mostrano che il neuroimaging può diventare uno strumento clinico e non soltanto di ricerca.
L’obiettivo è arrivare a distinguere in anticipo quali pazienti siano più sensibili a un determinato trattamento, per aumentarne i benefici e ridurre il rischio di effetti indesiderati”.
Link all’articolo:
https://doi.org/10.1038/s41467-026-77317-2
Capire meglio perché i pazienti con schizofrenia possano rispondere in modo diverso ai farmaci antipsicotici e individuare profili cerebrali utili, in futuro, a personalizzare le terapie.
È questa la prospettiva aperta dallo studio Reproducible human reward imaging phenotypes exhibit differential sensitivity to dopamine D2 receptor antagonism dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Nature Communications, che ha identificato attraverso la risonanza magnetica funzionale due differenti profili di attività cerebrale legati al sistema della ricompensa e a una diversa sensibilità ai farmaci che agiscono sulla dopamina.
Nel dettaglio, la ricerca ha analizzato i dati di risonanza magnetica funzionale di 1251 persone appartenenti a cinque gruppi indipendenti.
I due profili cerebrali sono stati inizialmente individuati in un ampio campione europeo di 890 volontari sani e successivamente ritrovati in un secondo gruppo indipendente di 245 persone reclutate all’Università di Bari, confermando che la distinzione era riproducibile anche in un campione diverso.
Lo studio è poi proseguito con i dati degli studi farmacologici e, infine, con un gruppo clinico raccolto a Bari composto da 34 persone, 17 con schizofrenia e 17 con primo episodio psicotico.
Il lavoro porta le firme, tra gli altri, di Nicola Sambuco, ricercatore del Dipartimento di Biomedicina Traslazionale e Neuroscienze di UniBA, e Antonella Lupo, già iscritta al Dottorato Nazionale in Intelligenza Artificiale per la Salute e le Scienze della Vita sempre a UniBA.
A coordinare il progetto è stato il professore ordinario di Neuropsicologia e Neuroscienze Cognitive dell’Università di Bari Giulio Pergola.
Il focus dello studio riguarda il modo in cui il cervello elabora la ricompensa.
I ricercatori hanno individuato due profili distinti e riproducibili: nel primo l’attività cerebrale è più intensa davanti ai segnali che anticipano una ricompensa; nel secondo è invece maggiore quando la ricompensa viene effettivamente ottenuta.
I due profili, definiti rispettivamente Sign-Tracker (ST) e Goal-Tracker (GT), erano già stati descritti negli studi sui roditori e sono stati ora identificati nell’uomo e replicati in campioni indipendenti.
La distinzione assume particolare rilevanza nel momento in cui entrano in gioco i farmaci.
A tal proposito, il dottor Sambuco spiega: “Rianalizzando quei dati con il nostro modello sono emersi effetti dei farmaci che restavano invisibili quando i partecipanti venivano considerati tutti insieme.
I farmaci che bloccano i recettori D2 della dopamina riducevano la risposta cerebrale ai segnali di ricompensa soltanto nel gruppo attratto dal segnale, che riferiva anche un calo di energia.
Nell’altro gruppo questo effetto non emergeva”.
In particolare, l’effetto di riduzione della risposta anticipatoria ha riguardato i soggetti con profilo ST trattati con risperidone, aloperidolo e amisulpride, ma non quelli con profilo GT.
L’aripiprazolo, che agisce attraverso un meccanismo differente, ha prodotto invece uno schema di risposta opposto.
Si tratta di un avanzamento metodologico fondamentale: l’analisi originaria degli stessi dati sull’amisulpride non aveva per esempio mostrato alcun effetto significativo sull’anticipazione della ricompensa.
È stato solo grazie alla suddivisione nei due profili cerebrali che è emersa una risposta farmacologica precisa, fino a quel momento mascherata dalla media di gruppo.
Il coordinatore dello studio Giulio Pergola spiega: “Si parla spesso di ricerca interdisciplinare e questo ne è un vero esempio.
L’utilizzo di un modello derivato dalla psicologia sperimentale ha permesso l’identificazione di sottogruppi di pazienti che effettivamente rispondono in modo diverso al trattamento farmacologico.
L’unione delle prospettive provenienti dalla psicologia, dalla biologia e dalla medicina fa la forza di questo studio”.
Il modello è stato applicato ai pazienti con schizofrenia e primo episodio psicotico seguiti a Bari.
Anche nel campione clinico, i ricercatori sono riusciti a riconoscere i due differenti profili di attività cerebrale.
Nei pazienti per i quali erano disponibili informazioni sul trattamento, inoltre, una maggiore azione della terapia sui recettori D2 della dopamina è risultata associata a una minore attività dello striato ventrale durante l’anticipazione della ricompensa.
Tale risposta cerebrale è risultata a sua volta collegata alla gravità dei sintomi negativi, come apatia e ritiro sociale.
Un aspetto di particolare interesse, perché proprio i sintomi negativi rappresentano una dimensione della schizofrenia spesso resistente ai trattamenti.
I risultati suggeriscono quindi che le differenze individuali nell’attività cerebrale possano contribuire a spiegare perché gli effetti delle terapie che agiscono sul sistema dopaminergico non siano uniformi tra i pazienti.
La ricerca apre dunque la prospettiva di una psichiatria più personalizzata, nella quale le informazioni ottenute attraverso il neuroimaging possano contribuire in futuro a distinguere gruppi di pazienti con una diversa sensibilità ai trattamenti.
Non si tratta ancora di un test pronto per l’impiego clinico: gli stessi autori sottolineano, tra i limiti dello studio, le dimensioni contenute del campione di pazienti e la difficoltà di distinguere completamente le caratteristiche individuali dagli effetti prodotti nel tempo dall’assunzione di farmaci antipsicotici.
È però innegabile che i risultati indichino un possibile biomarcatore di neuroimaging e una strada da approfondire verso future previsioni cliniche basate sulla risonanza magnetica funzionale.
Il professor Alessandro Bertolino, direttore della Clinica Psichiatrica di UniBa e tra i coautori dello studio, afferma: “Studi come questo mostrano che il neuroimaging può diventare uno strumento clinico e non soltanto di ricerca.
L’obiettivo è arrivare a distinguere in anticipo quali pazienti siano più sensibili a un determinato trattamento, per aumentarne i benefici e ridurre il rischio di effetti indesiderati”.
Link all’articolo:
https://doi.org/10.1038/s41467-026-77317-2
Capire meglio perché i pazienti con schizofrenia possano rispondere in modo diverso ai farmaci antipsicotici e individuare profili cerebrali utili, in futuro, a personalizzare le terapie.
È questa la prospettiva aperta dallo studio Reproducible human reward imaging phenotypes exhibit differential sensitivity to dopamine D2 receptor antagonism dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Nature Communications, che ha identificato attraverso la risonanza magnetica funzionale due differenti profili di attività cerebrale legati al sistema della ricompensa e a una diversa sensibilità ai farmaci che agiscono sulla dopamina.
Nel dettaglio, la ricerca ha analizzato i dati di risonanza magnetica funzionale di 1251 persone appartenenti a cinque gruppi indipendenti.
I due profili cerebrali sono stati inizialmente individuati in un ampio campione europeo di 890 volontari sani e successivamente ritrovati in un secondo gruppo indipendente di 245 persone reclutate all’Università di Bari, confermando che la distinzione era riproducibile anche in un campione diverso.
Lo studio è poi proseguito con i dati degli studi farmacologici e, infine, con un gruppo clinico raccolto a Bari composto da 34 persone, 17 con schizofrenia e 17 con primo episodio psicotico.
Il lavoro porta le firme, tra gli altri, di Nicola Sambuco, ricercatore del Dipartimento di Biomedicina Traslazionale e Neuroscienze di UniBA, e Antonella Lupo, già iscritta al Dottorato Nazionale in Intelligenza Artificiale per la Salute e le Scienze della Vita sempre a UniBA.
A coordinare il progetto è stato il professore ordinario di Neuropsicologia e Neuroscienze Cognitive dell’Università di Bari Giulio Pergola.
Il focus dello studio riguarda il modo in cui il cervello elabora la ricompensa.
I ricercatori hanno individuato due profili distinti e riproducibili: nel primo l’attività cerebrale è più intensa davanti ai segnali che anticipano una ricompensa; nel secondo è invece maggiore quando la ricompensa viene effettivamente ottenuta.
I due profili, definiti rispettivamente Sign-Tracker (ST) e Goal-Tracker (GT), erano già stati descritti negli studi sui roditori e sono stati ora identificati nell’uomo e replicati in campioni indipendenti.
La distinzione assume particolare rilevanza nel momento in cui entrano in gioco i farmaci.
A tal proposito, il dottor Sambuco spiega: “Rianalizzando quei dati con il nostro modello sono emersi effetti dei farmaci che restavano invisibili quando i partecipanti venivano considerati tutti insieme.
I farmaci che bloccano i recettori D2 della dopamina riducevano la risposta cerebrale ai segnali di ricompensa soltanto nel gruppo attratto dal segnale, che riferiva anche un calo di energia.
Nell’altro gruppo questo effetto non emergeva”.
In particolare, l’effetto di riduzione della risposta anticipatoria ha riguardato i soggetti con profilo ST trattati con risperidone, aloperidolo e amisulpride, ma non quelli con profilo GT.
L’aripiprazolo, che agisce attraverso un meccanismo differente, ha prodotto invece uno schema di risposta opposto.
Si tratta di un avanzamento metodologico fondamentale: l’analisi originaria degli stessi dati sull’amisulpride non aveva per esempio mostrato alcun effetto significativo sull’anticipazione della ricompensa.
È stato solo grazie alla suddivisione nei due profili cerebrali che è emersa una risposta farmacologica precisa, fino a quel momento mascherata dalla media di gruppo.
Il coordinatore dello studio Giulio Pergola spiega: “Si parla spesso di ricerca interdisciplinare e questo ne è un vero esempio.
L’utilizzo di un modello derivato dalla psicologia sperimentale ha permesso l’identificazione di sottogruppi di pazienti che effettivamente rispondono in modo diverso al trattamento farmacologico.
L’unione delle prospettive provenienti dalla psicologia, dalla biologia e dalla medicina fa la forza di questo studio”.
Il modello è stato applicato ai pazienti con schizofrenia e primo episodio psicotico seguiti a Bari.
Anche nel campione clinico, i ricercatori sono riusciti a riconoscere i due differenti profili di attività cerebrale.
Nei pazienti per i quali erano disponibili informazioni sul trattamento, inoltre, una maggiore azione della terapia sui recettori D2 della dopamina è risultata associata a una minore attività dello striato ventrale durante l’anticipazione della ricompensa.
Tale risposta cerebrale è risultata a sua volta collegata alla gravità dei sintomi negativi, come apatia e ritiro sociale.
Un aspetto di particolare interesse, perché proprio i sintomi negativi rappresentano una dimensione della schizofrenia spesso resistente ai trattamenti.
I risultati suggeriscono quindi che le differenze individuali nell’attività cerebrale possano contribuire a spiegare perché gli effetti delle terapie che agiscono sul sistema dopaminergico non siano uniformi tra i pazienti.
La ricerca apre dunque la prospettiva di una psichiatria più personalizzata, nella quale le informazioni ottenute attraverso il neuroimaging possano contribuire in futuro a distinguere gruppi di pazienti con una diversa sensibilità ai trattamenti.
Non si tratta ancora di un test pronto per l’impiego clinico: gli stessi autori sottolineano, tra i limiti dello studio, le dimensioni contenute del campione di pazienti e la difficoltà di distinguere completamente le caratteristiche individuali dagli effetti prodotti nel tempo dall’assunzione di farmaci antipsicotici.
È però innegabile che i risultati indichino un possibile biomarcatore di neuroimaging e una strada da approfondire verso future previsioni cliniche basate sulla risonanza magnetica funzionale.
Il professor Alessandro Bertolino, direttore della Clinica Psichiatrica di UniBa e tra i coautori dello studio, afferma: “Studi come questo mostrano che il neuroimaging può diventare uno strumento clinico e non soltanto di ricerca.
L’obiettivo è arrivare a distinguere in anticipo quali pazienti siano più sensibili a un determinato trattamento, per aumentarne i benefici e ridurre il rischio di effetti indesiderati”.
Link all’articolo:
https://doi.org/10.1038/s41467-026-77317-2
SCHIZOFRENIA, STUDIO UNIBA: DALLA RISONANZA MAGNETICA NUOVI INDIZI PER PERSONALIZZARE LE TERAPIE FARMACOLOGICHE
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