Giovedì 5 novembre, alle 21, al Teatro Kismet, si inaugura la dodicesima edizione del Bari International Gender Festival, promossa e organizzata dalla Cooperativa sociale AL.I.C.E., con la direzione artistica di Tita Tummillo e Miki Gorizia.
La manifestazione – sul tema “Big Love” – torna a interrogare il presente con i linguaggi della danza, del teatro, della performance, della musica e del pensiero contemporaneo, inaugurando il suo percorso con tre appuntamenti dedicati alla ricerca coreografica internazionale, tra cui due anteprime nazionali.
Si parte giovedì 5 con la performance coreografica «The Blue Hour» del coreografo francese Benjamin Kahn, interpretata da Théo Aucremanne, con il sostegno della Fondazione Nuovi Mecenati e dell’Institut Français Italia.
L’ora blu è quel breve intervallo nel quale gli animali notturni hanno smesso di muoversi e quelli diurni non si sono ancora risvegliati.
Un momento di sospensione, quando la notte sembra trattenere il respiro e il giorno non ha ancora trovato la propria forma.
Kahn parte da questa immagine per raccontare una società ferma davanti a un bivio, segnata dalle crisi ideologiche ed ecologiche e incapace di formulare una visione convincente del futuro.
In quello spazio incerto, il corpo del giovane Aucremanne cerca nuove possibilità di esistenza, confrontandosi con il silenzio, la vulnerabilità e l’attesa di un risveglio.
Creato nel 2023, «The Blue Hour» è il terzo e ultimo capitolo di una trilogia di ritratti coreografici dedicati al modo in cui lo sguardo collettivo condiziona la percezione dei corpi e delle identità.
Il percorso era cominciato nel 2019 con «Sorry, But I Feel Slightly Disidentified…», interpretato da Cherish Menzo e già presentato al BIG nel 2022, per proseguire con «Bless the Sound That Saved a Witch Like Me», realizzato nel 2023.
Tre lavori nei quali la relazione con interpreti dalle personalità artistiche differenti diventa il punto di partenza per affrontare stereotipi, discriminazioni, aspettative sociali e possibilità di emancipazione.
Nell’assolo di Aucremanne, della durata di un’ora, la danza si alimenta di riferimenti apparentemente lontani: la statuaria classica, il cabaret, il balletto, la figura di Vaslav Nijinsky, ma anche il krump, linguaggio urbano caratterizzato da movimenti energici ed esplosivi, e lo stepping, pratica ritmica nella quale il corpo diventa uno strumento di percussione.
Un vocabolario fisico composito, che alterna costruzione e disgregazione delle forme, controllo e abbandono, evocando anche quella condizione intermedia dell’adolescenza nella quale l’identità non è più quella dell’infanzia e non ha ancora assunto i contorni dell’età adulta.
Il performer si muove in una dimensione di apparente solitudine, confrontandosi con un silenzio che acquista progressivamente consistenza.
I gesti possono diventare improvvisamente vigorosi, poi interrompersi o trasformarsi, mentre il corpo sembra cercare un equilibrio continuamente rimesso in discussione.
Non si tratta di rappresentare semplicemente l’incertezza, ma di renderla percepibile fisicamente, fino a immaginare un risveglio nel quale la paura e il conflitto possano lasciare spazio all’attesa e alla speranza di nuove possibilità.
Un ruolo determinante è affidato al disegno luci di Jan Fedinger, concepito in dialogo autonomo con la coreografia.
La luce costruisce una dimensione priva di contorni netti e prospettive stabili, accentuando quella sensazione di vuoto e sospensione che caratterizza l’intera performance.
Il lavoro, coprodotto da KLAP Maison pour la danse, Festival de Marseille e Les Halles de Schaerbeek, ha debuttato al Festival de Marseille nel giugno 2023 ed è stato successivamente presentato in numerosi contesti internazionali, tra cui Parigi, Montréal, Ottawa e, nel marzo 2026, Triennale Milano.
Francese, residente a Bruxelles, Benjamin Kahn ha studiato drammaturgia e teatro all’Università di Aix-en-Provence e al Conservatorio di Rennes, diplomandosi successivamente all’École Supérieure des Arts du Cirque in Belgio.
Nel suo percorso ha collaborato con coreografi e artisti come Philippe Saire, Nicole Beutler, Frédéric Flamand, Maud Le Pladec e Alessandro Sciarroni, sviluppando dal 2019 una propria ricerca autoriale.
Per Kahn la danza è uno strumento politico, capace di mettere in discussione il modo in cui guardiamo gli altri e attribuiamo significati ai loro corpi.
Testo, scrittura coreografica, suono e luce concorrono così alla costruzione di esperienze nelle quali la dimensione individuale entra costantemente in relazione con quella collettiva.
Il secondo appuntamento della settimana inaugurale si terrà venerdì 6 novembre al Teatro Abeliano, dove Daniele Albanese presenterà in anteprima nazionale «Lovely_I», studio coreografico di 25 minuti inserito in AREA Mediterranea, progetto di residenze artistiche curato da ResExtensa per AnT – Artisti nei Territori, promosso dal Ministero della Cultura e dalla Regione Puglia.
Di e con Daniele Albanese, con le musiche di Simon Balestrazzi, l’assistenza al progetto luci di Matteo Vecchi, lo sguardo esterno di Carol Rollo e la produzione dell’Associazione L’Altra, lo studio rappresenta una tappa della ricerca che il coreografo sta sviluppando intorno al tema dell’amore, della sua mancanza e delle molte convenzioni narrative che lo accompagnano.
Il progetto più ampio, «Lovely», nasce come assolo autonomo ma si inserisce in un percorso avviato con «Appunti per il sole», produzione del 2024-2025, destinato a proseguire con una futura creazione di gruppo.
Albanese lavora alla definizione di un vocabolario coreografico personale, nel quale il movimento possa diventare materia da trasmettere e trasformare nel confronto con altri interpreti.
Nello studio presentato a Bari, cani randagi, icone pop deragliate e risvegli bucolici dopo un rave party compaiono e scompaiono in un paesaggio scenico nel quale il quotidiano perde progressivamente le proprie coordinate.
La danza procede come un gioco infantile e privato, governato da regole misteriose, deviazioni improvvise e trasformazioni continue.
Non esiste una narrazione lineare: immagini, situazioni e gesti si succedono secondo una logica intuitiva, lasciando emergere presenze, ricordi, turbamenti e improvvise apparizioni.
Il riferimento alla struttura del fumetto, approfondito nel percorso di ricerca dell’autore, si riconosce nella successione rapida di situazioni e nell’impiego di suoni onomatopeici che accompagnano il movimento.
Geometrie essenziali, rumori, canzoni canticchiate e frammenti gestuali costruiscono una particolare relazione tra danza, voce e canto.
Il corpo diventa un archivio di immagini, ma anche uno spazio di gioco e resistenza, capace di oscillare tra ironia e malinconia, leggerezza e inquietudine.
La dimensione emotiva dell’amore viene così affrontata evitando una rappresentazione sentimentale convenzionale.
Albanese ne indaga piuttosto i meccanismi, le aspettative e le contraddizioni, cercando un contatto diretto con il pubblico e lasciando che ogni situazione possa cambiare significato nel momento stesso in cui prende forma.
Formatosi inizialmente come ginnasta e ballerino classico, Daniele Albanese si è diplomato nel 1997 all’EDDC di Arnhem, nei Paesi Bassi, dove ha approfondito le tecniche e le pratiche della danza postmoderna americana.
Ha collaborato, tra gli altri, con Benoît Lachambre, Virgilio Sieni, Nigel Charnock, Jennifer Lacey ed Eva Karczag.
Nel 2002 ha fondato la compagnia STALKER_Daniele Albanese, dedicandosi a una ricerca sul rapporto tra strutture coreografiche definite e possibilità di trasformazione del gesto.
Dal 2023 è inoltre ideatore e direttore artistico del Parma Moving Festival – Solo cose belle.
Le musiche originali dello studio sono firmate da Simon Balestrazzi, compositore elettronico ed elettroacustico, fondatore nel 1981 dei T.A.C. (Tomografia Assiale Computerizzata), formazione pionieristica della sperimentazione post-industriale italiana.
Attivo anche nel campo dell’improvvisazione e delle installazioni sonore, Balestrazzi aveva già collaborato con Albanese per «Appunti per il sole».
Sempre venerdì 6 novembre, al Teatro Abeliano, dopo «Lovely_I» di Daniele Albanese, la serata prosegue con «A LOT OF», spettacolo di danza contemporanea firmato da Nicolò Abbattista e Christian Consalvo, prodotto da Lost Movement e coprodotto da FLIC – Festival Lanciano in Contemporanea.
In scena Giovanni Careccia, Gioele Cosentino ed Enrico Luly, sulle musiche di Filippo Ripamonti, con i costumi di Leonardo Rossi.
Il lavoro esplora la natura istintiva del desiderio, la fame di contatto e le contraddizioni dell’amore, interrogando il confine tra pulsione animale e convenzioni sociali.
Il punto di partenza è «L’Après-midi d’un Faune», il celebre balletto coreografato da Vaslav Nijinsky nel 1912 sulla musica di Debussy, nel quale il desiderio sessuale si accompagna al senso di colpa.
Abbattista e Consalvo ne riprendono l’immaginario, eliminando le ninfe e affidando la scena a due creature primitive, quasi mitologiche, che si cercano, si attraggono e si ostacolano, inseguendo un oggetto del desiderio sempre altrove.
Il duetto si trasforma poi in un triangolo amoroso ispirato alla vicenda biografica di Nijinsky, della moglie Romola de Pulszky e dell’impresario Sergej Djagilev, con il quale il danzatore aveva avuto una relazione.
Due corpi diventano tre, le coppie si formano e si dissolvono, mentre tenerezza, passione, gelosia, voyeurismo, rabbia e solitudine prendono forma in una coreografia fatta di incontri, traiettorie, esplosioni e improvvisi cambiamenti di equilibrio.
Quanto possiamo desiderare chi ci circonda?
E quante persone possiamo amare?
La ricerca si sviluppa anche sul piano musicale, con una rielaborazione elettroacustica di due capolavori del primo Novecento, «Prélude à l’après-midi d’un faune» di Claude Debussy e «Le Sacre du printemps» di Igor Stravinskij.
I materiali armonici vengono scomposti, trasformati e ripetuti quasi ossessivamente, evocando la dimensione erotica e tormentata dell’universo di Nijinsky.
La ripetizione diventa così espressione di un impulso primitivo che sopravvive nell’essere umano contemporaneo, continuamente sospeso tra il bisogno di possedere, quello di essere amato e la difficoltà di accettare i limiti del proprio desiderio.
La prima settimana di «BIG Love» proseguirà domenica 8 novembre a Spazio Murat, con un’altra anteprima nazionale, «Motus Sonus», progetto sperimentale interdisciplinare ideato dalla danzatrice e coreografa Alesya Dobysh insieme al compositore e sound artist Max Frimout, con la partecipazione dei danzatori Xenia Sairento e Simon Bus.
Il lavoro nasce da una domanda che riguarda direttamente il rapporto tra percezione e movimento: in che modo il suono può essere incorporato nella danza e come può, viceversa, il gesto modificare l’ascolto?
La risposta prende forma in una performance che non prevede una struttura immutabile, ma si adatta alle caratteristiche architettoniche e acustiche dello spazio che la ospita.
Danza, improvvisazione e sperimentazione elettroacustica costruiscono un sistema di relazioni nel quale i performer elaborano progressivamente modalità di comunicazione fisica e sonora.
Il suono spazializzato, la sintesi modulare, il movimento e la composizione musicale dal vivo diventano elementi di un’unica ricerca, nella quale ogni intervento può modificare l’equilibrio complessivo.
L’esperienza è anche di natura somatica: il suono viene percepito non soltanto attraverso l’udito, ma come fenomeno che coinvolge il corpo, il peso, la tensione muscolare e la relazione con l’ambiente.
La coreografia nasce dunque da un ascolto reciproco, nel quale nessun linguaggio è semplicemente subordinato all’altro.
Alesya Dobysh proviene dalle culture della danza street e club, con una formazione legata soprattutto alla house dance.
La sua ricerca si concentra sul ritmo, sul lavoro dei piedi, sulla musicalità e sulla possibilità di trasformare i linguaggi nati nelle sottoculture urbane in forme coreografiche sperimentali.
Max Frimout, musicista e compositore attivo nei Paesi Bassi, possiede una formazione in fisica ingegneristica e sviluppa un lavoro che combina sintetizzatori modulari analogici, registrazioni ambientali, composizione algoritmica ed elaborazione digitale del suono, spesso in relazione con danza, performance e arti visive.
Il danzatore e coreografo Simon Bus porta nel progetto una ricerca caratterizzata da fisicità intensa, ironia e continue trasformazioni del movimento, con riferimenti al breakdance, al Butoh giapponese e alle arti visive.
Xenia Sairento, danzatrice sperimentale residente a Parigi, lavora invece tra linguaggi urbani e ricerca somatica, con particolare attenzione alla sensibilità fisica, alla trasformazione del gesto e a nuove rappresentazioni della femminilità.
È conosciuta anche per il suo approccio personale all’interno della comunità dell’electro dance.
In «Motus Sonus» il movimento è affidato ad Alesya Dobysh, Xenia Sairento e Simon Bus, mentre Max Frimout cura la componente sonora. Il progetto è sostenuto da Fonds Podiumkunsten / Performing Arts Fund NL, dall’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi, da DansBrabant e PLAN Brabant.
Informazioni: il programma completo della dodicesima edizione del Bari International Gender Festival è disponibile su www.bigff.it. I biglietti degli spettacoli sono in vendita sulla piattaforma DICE (dice.fm).

Giovedì 5 novembre, alle 21, al Teatro Kismet, si inaugura la dodicesima edizione del Bari International Gender Festival, promossa e organizzata dalla Cooperativa sociale AL.I.C.E., con la direzione artistica di Tita Tummillo e Miki Gorizia.
La manifestazione – sul tema “Big Love” – torna a interrogare il presente con i linguaggi della danza, del teatro, della performance, della musica e del pensiero contemporaneo, inaugurando il suo percorso con tre appuntamenti dedicati alla ricerca coreografica internazionale, tra cui due anteprime nazionali.
Si parte giovedì 5 con la performance coreografica «The Blue Hour» del coreografo francese Benjamin Kahn, interpretata da Théo Aucremanne, con il sostegno della Fondazione Nuovi Mecenati e dell’Institut Français Italia.
L’ora blu è quel breve intervallo nel quale gli animali notturni hanno smesso di muoversi e quelli diurni non si sono ancora risvegliati.
Un momento di sospensione, quando la notte sembra trattenere il respiro e il giorno non ha ancora trovato la propria forma.
Kahn parte da questa immagine per raccontare una società ferma davanti a un bivio, segnata dalle crisi ideologiche ed ecologiche e incapace di formulare una visione convincente del futuro.
In quello spazio incerto, il corpo del giovane Aucremanne cerca nuove possibilità di esistenza, confrontandosi con il silenzio, la vulnerabilità e l’attesa di un risveglio.
Creato nel 2023, «The Blue Hour» è il terzo e ultimo capitolo di una trilogia di ritratti coreografici dedicati al modo in cui lo sguardo collettivo condiziona la percezione dei corpi e delle identità.
Il percorso era cominciato nel 2019 con «Sorry, But I Feel Slightly Disidentified…», interpretato da Cherish Menzo e già presentato al BIG nel 2022, per proseguire con «Bless the Sound That Saved a Witch Like Me», realizzato nel 2023.
Tre lavori nei quali la relazione con interpreti dalle personalità artistiche differenti diventa il punto di partenza per affrontare stereotipi, discriminazioni, aspettative sociali e possibilità di emancipazione.
Nell’assolo di Aucremanne, della durata di un’ora, la danza si alimenta di riferimenti apparentemente lontani: la statuaria classica, il cabaret, il balletto, la figura di Vaslav Nijinsky, ma anche il krump, linguaggio urbano caratterizzato da movimenti energici ed esplosivi, e lo stepping, pratica ritmica nella quale il corpo diventa uno strumento di percussione.
Un vocabolario fisico composito, che alterna costruzione e disgregazione delle forme, controllo e abbandono, evocando anche quella condizione intermedia dell’adolescenza nella quale l’identità non è più quella dell’infanzia e non ha ancora assunto i contorni dell’età adulta.
Il performer si muove in una dimensione di apparente solitudine, confrontandosi con un silenzio che acquista progressivamente consistenza.
I gesti possono diventare improvvisamente vigorosi, poi interrompersi o trasformarsi, mentre il corpo sembra cercare un equilibrio continuamente rimesso in discussione.
Non si tratta di rappresentare semplicemente l’incertezza, ma di renderla percepibile fisicamente, fino a immaginare un risveglio nel quale la paura e il conflitto possano lasciare spazio all’attesa e alla speranza di nuove possibilità.
Un ruolo determinante è affidato al disegno luci di Jan Fedinger, concepito in dialogo autonomo con la coreografia.
La luce costruisce una dimensione priva di contorni netti e prospettive stabili, accentuando quella sensazione di vuoto e sospensione che caratterizza l’intera performance.
Il lavoro, coprodotto da KLAP Maison pour la danse, Festival de Marseille e Les Halles de Schaerbeek, ha debuttato al Festival de Marseille nel giugno 2023 ed è stato successivamente presentato in numerosi contesti internazionali, tra cui Parigi, Montréal, Ottawa e, nel marzo 2026, Triennale Milano.
Francese, residente a Bruxelles, Benjamin Kahn ha studiato drammaturgia e teatro all’Università di Aix-en-Provence e al Conservatorio di Rennes, diplomandosi successivamente all’École Supérieure des Arts du Cirque in Belgio.
Nel suo percorso ha collaborato con coreografi e artisti come Philippe Saire, Nicole Beutler, Frédéric Flamand, Maud Le Pladec e Alessandro Sciarroni, sviluppando dal 2019 una propria ricerca autoriale.
Per Kahn la danza è uno strumento politico, capace di mettere in discussione il modo in cui guardiamo gli altri e attribuiamo significati ai loro corpi.
Testo, scrittura coreografica, suono e luce concorrono così alla costruzione di esperienze nelle quali la dimensione individuale entra costantemente in relazione con quella collettiva.
Il secondo appuntamento della settimana inaugurale si terrà venerdì 6 novembre al Teatro Abeliano, dove Daniele Albanese presenterà in anteprima nazionale «Lovely_I», studio coreografico di 25 minuti inserito in AREA Mediterranea, progetto di residenze artistiche curato da ResExtensa per AnT – Artisti nei Territori, promosso dal Ministero della Cultura e dalla Regione Puglia.
Di e con Daniele Albanese, con le musiche di Simon Balestrazzi, l’assistenza al progetto luci di Matteo Vecchi, lo sguardo esterno di Carol Rollo e la produzione dell’Associazione L’Altra, lo studio rappresenta una tappa della ricerca che il coreografo sta sviluppando intorno al tema dell’amore, della sua mancanza e delle molte convenzioni narrative che lo accompagnano.
Il progetto più ampio, «Lovely», nasce come assolo autonomo ma si inserisce in un percorso avviato con «Appunti per il sole», produzione del 2024-2025, destinato a proseguire con una futura creazione di gruppo.
Albanese lavora alla definizione di un vocabolario coreografico personale, nel quale il movimento possa diventare materia da trasmettere e trasformare nel confronto con altri interpreti.
Nello studio presentato a Bari, cani randagi, icone pop deragliate e risvegli bucolici dopo un rave party compaiono e scompaiono in un paesaggio scenico nel quale il quotidiano perde progressivamente le proprie coordinate.
La danza procede come un gioco infantile e privato, governato da regole misteriose, deviazioni improvvise e trasformazioni continue.
Non esiste una narrazione lineare: immagini, situazioni e gesti si succedono secondo una logica intuitiva, lasciando emergere presenze, ricordi, turbamenti e improvvise apparizioni.
Il riferimento alla struttura del fumetto, approfondito nel percorso di ricerca dell’autore, si riconosce nella successione rapida di situazioni e nell’impiego di suoni onomatopeici che accompagnano il movimento.
Geometrie essenziali, rumori, canzoni canticchiate e frammenti gestuali costruiscono una particolare relazione tra danza, voce e canto.
Il corpo diventa un archivio di immagini, ma anche uno spazio di gioco e resistenza, capace di oscillare tra ironia e malinconia, leggerezza e inquietudine.
La dimensione emotiva dell’amore viene così affrontata evitando una rappresentazione sentimentale convenzionale.
Albanese ne indaga piuttosto i meccanismi, le aspettative e le contraddizioni, cercando un contatto diretto con il pubblico e lasciando che ogni situazione possa cambiare significato nel momento stesso in cui prende forma.
Formatosi inizialmente come ginnasta e ballerino classico, Daniele Albanese si è diplomato nel 1997 all’EDDC di Arnhem, nei Paesi Bassi, dove ha approfondito le tecniche e le pratiche della danza postmoderna americana.
Ha collaborato, tra gli altri, con Benoît Lachambre, Virgilio Sieni, Nigel Charnock, Jennifer Lacey ed Eva Karczag.
Nel 2002 ha fondato la compagnia STALKER_Daniele Albanese, dedicandosi a una ricerca sul rapporto tra strutture coreografiche definite e possibilità di trasformazione del gesto.
Dal 2023 è inoltre ideatore e direttore artistico del Parma Moving Festival – Solo cose belle.
Le musiche originali dello studio sono firmate da Simon Balestrazzi, compositore elettronico ed elettroacustico, fondatore nel 1981 dei T.A.C. (Tomografia Assiale Computerizzata), formazione pionieristica della sperimentazione post-industriale italiana.
Attivo anche nel campo dell’improvvisazione e delle installazioni sonore, Balestrazzi aveva già collaborato con Albanese per «Appunti per il sole».
Sempre venerdì 6 novembre, al Teatro Abeliano, dopo «Lovely_I» di Daniele Albanese, la serata prosegue con «A LOT OF», spettacolo di danza contemporanea firmato da Nicolò Abbattista e Christian Consalvo, prodotto da Lost Movement e coprodotto da FLIC – Festival Lanciano in Contemporanea.
In scena Giovanni Careccia, Gioele Cosentino ed Enrico Luly, sulle musiche di Filippo Ripamonti, con i costumi di Leonardo Rossi.
Il lavoro esplora la natura istintiva del desiderio, la fame di contatto e le contraddizioni dell’amore, interrogando il confine tra pulsione animale e convenzioni sociali.
Il punto di partenza è «L’Après-midi d’un Faune», il celebre balletto coreografato da Vaslav Nijinsky nel 1912 sulla musica di Debussy, nel quale il desiderio sessuale si accompagna al senso di colpa.
Abbattista e Consalvo ne riprendono l’immaginario, eliminando le ninfe e affidando la scena a due creature primitive, quasi mitologiche, che si cercano, si attraggono e si ostacolano, inseguendo un oggetto del desiderio sempre altrove.
Il duetto si trasforma poi in un triangolo amoroso ispirato alla vicenda biografica di Nijinsky, della moglie Romola de Pulszky e dell’impresario Sergej Djagilev, con il quale il danzatore aveva avuto una relazione.
Due corpi diventano tre, le coppie si formano e si dissolvono, mentre tenerezza, passione, gelosia, voyeurismo, rabbia e solitudine prendono forma in una coreografia fatta di incontri, traiettorie, esplosioni e improvvisi cambiamenti di equilibrio.
Quanto possiamo desiderare chi ci circonda? E quante persone possiamo amare?
La ricerca si sviluppa anche sul piano musicale, con una rielaborazione elettroacustica di due capolavori del primo Novecento, «Prélude à l’après-midi d’un faune» di Claude Debussy e «Le Sacre du printemps» di Igor Stravinskij.
I materiali armonici vengono scomposti, trasformati e ripetuti quasi ossessivamente, evocando la dimensione erotica e tormentata dell’universo di Nijinsky.
La ripetizione diventa così espressione di un impulso primitivo che sopravvive nell’essere umano contemporaneo, continuamente sospeso tra il bisogno di possedere, quello di essere amato e la difficoltà di accettare i limiti del proprio desiderio.
La prima settimana di «BIG Love» proseguirà domenica 8 novembre a Spazio Murat, con un’altra anteprima nazionale, «Motus Sonus», progetto sperimentale interdisciplinare ideato dalla danzatrice e coreografa Alesya Dobysh insieme al compositore e sound artist Max Frimout, con la partecipazione dei danzatori Xenia Sairento e Simon Bus.
Il lavoro nasce da una domanda che riguarda direttamente il rapporto tra percezione e movimento: in che modo il suono può essere incorporato nella danza e come può, viceversa, il gesto modificare l’ascolto?
La risposta prende forma in una performance che non prevede una struttura immutabile, ma si adatta alle caratteristiche architettoniche e acustiche dello spazio che la ospita.
Danza, improvvisazione e sperimentazione elettroacustica costruiscono un sistema di relazioni nel quale i performer elaborano progressivamente modalità di comunicazione fisica e sonora.
Il suono spazializzato, la sintesi modulare, il movimento e la composizione musicale dal vivo diventano elementi di un’unica ricerca, nella quale ogni intervento può modificare l’equilibrio complessivo.
L’esperienza è anche di natura somatica: il suono viene percepito non soltanto attraverso l’udito, ma come fenomeno che coinvolge il corpo, il peso, la tensione muscolare e la relazione con l’ambiente.
La coreografia nasce dunque da un ascolto reciproco, nel quale nessun linguaggio è semplicemente subordinato all’altro.
Alesya Dobysh proviene dalle culture della danza street e club, con una formazione legata soprattutto alla house dance.
La sua ricerca si concentra sul ritmo, sul lavoro dei piedi, sulla musicalità e sulla possibilità di trasformare i linguaggi nati nelle sottoculture urbane in forme coreografiche sperimentali.
Max Frimout, musicista e compositore attivo nei Paesi Bassi, possiede una formazione in fisica ingegneristica e sviluppa un lavoro che combina sintetizzatori modulari analogici, registrazioni ambientali, composizione algoritmica ed elaborazione digitale del suono, spesso in relazione con danza, performance e arti visive.
Il danzatore e coreografo Simon Bus porta nel progetto una ricerca caratterizzata da fisicità intensa, ironia e continue trasformazioni del movimento, con riferimenti al breakdance, al Butoh giapponese e alle arti visive.
Xenia Sairento, danzatrice sperimentale residente a Parigi, lavora invece tra linguaggi urbani e ricerca somatica, con particolare attenzione alla sensibilità fisica, alla trasformazione del gesto e a nuove rappresentazioni della femminilità.
È conosciuta anche per il suo approccio personale all’interno della comunità dell’electro dance.
In «Motus Sonus» il movimento è affidato ad Alesya Dobysh, Xenia Sairento e Simon Bus, mentre Max Frimout cura la componente sonora. Il progetto è sostenuto da Fonds Podiumkunsten / Performing Arts Fund NL, dall’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi, da DansBrabant e PLAN Brabant.
Informazioni: il programma completo della dodicesima edizione del Bari International Gender Festival è disponibile su www.bigff.it. I biglietti degli spettacoli sono in vendita sulla piattaforma DICE (dice.fm).
BIG LOVE, IL BARI INTERNATIONAL GENDER FESTIVAL SI APRE CON TRE APPUNTAMENTI DI DANZA E PERFORMANCE INTERNAZIONALE
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