Una stanza piena di silenzi, oggetti e vita. Renato Curci – mimo, regista e autore – ci accoglie con lo stesso calore con cui entra in scena. Dietro quasi 50 anni di carriera internazionale, tra Europa, America Latina e Africa, si nasconde una visione artistica unica: quella di un teatro che parte dal corpo e dagli oggetti per arrivare all’anima del pubblico.
Dal mimo al burattino corporeo: il gesto che parla
Il teatro di Renato nasce in strada, si sviluppa tra scuole, carceri, palchi e piazze, e trova la sua forma in una fusione inedita di linguaggi: teatro di figura, mimo, e Teatro dell’Oppresso.
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
Renato ha lavorato in contesti molto diversi: con ragazze vittime di violenza, adolescenti nei quartieri più poveri di Lima, detenuti in Italia e in Perù, comunità africane a Dakar. Ovunque, ha messo in scena le loro storie, con rispetto e poesia.
«Ogni spettacolo è un ponte. Comincio con una scena di teatro di figura capace di suscitare empatia, e poi apro uno spazio di partecipazione reale, dove il pubblico può agire, proporre, tentare una trasformazione concreta di una dinamica ingiusta.»
Una carriera fatta di legami
«Il teatro non è un atto solitario. È relazione. È corpo vivo. È servizio», dice Renato.
Ogni progetto nasce dal contatto diretto con le persone e si sviluppa in base a un contesto reale.
«Metto insieme linguaggi diversi in un’unica serata, ma non li confondo: il mimo e il teatro visivo generano gioia e meraviglia; il Teatro Forum chiama all’azione collettiva. Insieme creano un’esperienza completa, che emoziona e coinvolge anche sul piano sociale.»
Oggi Renato vive in Italia ma continua a viaggiare per portare la sua arte dove può ancora servire: festival, scuole, centri culturali, carceri, laboratori interculturali. Scrive, crea, forma, e crede in un teatro che si mette in ascolto della vita.

Renato Curci: il teatro come corpo, relazione e trasformazione
Una stanza piena di silenzi, oggetti e vita. Renato Curci – mimo, regista e autore – ci accoglie con lo stesso calore con cui entra in scena. Dietro quasi 50 anni di carriera internazionale, tra Europa, America Latina e Africa, si nasconde una visione artistica unica: quella di un teatro che parte dal corpo e dagli oggetti per arrivare all’anima del pubblico.
Dal mimo al burattino corporeo: il gesto che parla
Il teatro di Renato nasce in strada, si sviluppa tra scuole, carceri, palchi e piazze, e trova la sua forma in una fusione inedita di linguaggi: teatro di figura, mimo, e Teatro dell’Oppresso.
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
Renato ha lavorato in contesti molto diversi: con ragazze vittime di violenza, adolescenti nei quartieri più poveri di Lima, detenuti in Italia e in Perù, comunità africane a Dakar. Ovunque, ha messo in scena le loro storie, con rispetto e poesia.
«Ogni spettacolo è un ponte. Comincio con una scena di teatro di figura capace di suscitare empatia, e poi apro uno spazio di partecipazione reale, dove il pubblico può agire, proporre, tentare una trasformazione concreta di una dinamica ingiusta.»
Una carriera fatta di legami
«Il teatro non è un atto solitario. È relazione. È corpo vivo. È servizio», dice Renato.
Ogni progetto nasce dal contatto diretto con le persone e si sviluppa in base a un contesto reale.
«Metto insieme linguaggi diversi in un’unica serata, ma non li confondo: il mimo e il teatro visivo generano gioia e meraviglia; il Teatro Forum chiama all’azione collettiva. Insieme creano un’esperienza completa, che emoziona e coinvolge anche sul piano sociale.»
Oggi Renato vive in Italia ma continua a viaggiare per portare la sua arte dove può ancora servire: festival, scuole, centri culturali, carceri, laboratori interculturali. Scrive, crea, forma, e crede in un teatro che si mette in ascolto della vita.
Una stanza piena di silenzi, oggetti e vita. Renato Curci – mimo, regista e autore – ci accoglie con lo stesso calore con cui entra in scena. Dietro quasi 50 anni di carriera internazionale, tra Europa, America Latina e Africa, si nasconde una visione artistica unica: quella di un teatro che parte dal corpo e dagli oggetti per arrivare all’anima del pubblico.
Dal mimo al burattino corporeo: il gesto che parla
Il teatro di Renato nasce in strada, si sviluppa tra scuole, carceri, palchi e piazze, e trova la sua forma in una fusione inedita di linguaggi: teatro di figura, mimo, e Teatro dell’Oppresso.
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
Renato ha lavorato in contesti molto diversi: con ragazze vittime di violenza, adolescenti nei quartieri più poveri di Lima, detenuti in Italia e in Perù, comunità africane a Dakar. Ovunque, ha messo in scena le loro storie, con rispetto e poesia.
«Ogni spettacolo è un ponte. Comincio con una scena di teatro di figura capace di suscitare empatia, e poi apro uno spazio di partecipazione reale, dove il pubblico può agire, proporre, tentare una trasformazione concreta di una dinamica ingiusta.»
Una carriera fatta di legami
«Il teatro non è un atto solitario. È relazione. È corpo vivo. È servizio», dice Renato.
Ogni progetto nasce dal contatto diretto con le persone e si sviluppa in base a un contesto reale.
«Metto insieme linguaggi diversi in un’unica serata, ma non li confondo: il mimo e il teatro visivo generano gioia e meraviglia; il Teatro Forum chiama all’azione collettiva. Insieme creano un’esperienza completa, che emoziona e coinvolge anche sul piano sociale.»
Oggi Renato vive in Italia ma continua a viaggiare per portare la sua arte dove può ancora servire: festival, scuole, centri culturali, carceri, laboratori interculturali. Scrive, crea, forma, e crede in un teatro che si mette in ascolto della vita.
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
«Il mio percorso – racconta – è fatto di contaminazioni e relazioni. Lavoro con i títeres corporales, una tecnica che ho approfondito con Hugo Suárez e Inés Pasic, in cui il corpo stesso dell’attore si fa figura animata. È un teatro senza parole, dove una scarpa o una mano possono diventare un personaggio.»
Ma il gesto non è mai fine a sé stesso.
«Non basta l’estetica, voglio che il pubblico si senta visto. Che si emozioni, che rida, che si ritrovi.»
L’incontro come drammaturgia
Nella sua poetica, il teatro è sempre un incontro:
«Mi interessa il pubblico più del messaggio. Come il paziente è più importante della medicina. Creo empatia con il gesto, e poi accompagno il pubblico a riflettere, spesso attraverso il Teatro Forum.»
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