12 Aprile 2024 - Ore
Politica

Rigenerazione urbana, molto più di un programma elettorale

Intervista a Leo Palmisano candidato al Comune di Bari per Sel

Cominciamo da una sua riflessione sul 25 aprile e sul presente che vive questo nostro Paese.
Questo Paese vive una frattura con se stesso. Pezzi d’Italia non vogliono dialogare con gli altri, altri cedono ancora alle lusinghe del denaro non lavorato, e tutti si scivola inesorabilmente in un abisso senza fine. Tuttavia, pensando al 25 aprile, mi conforto e penso che se ce l’ha fatta la generazione di mio nonno, un antifascista di San Pasquale, ce la può fare anche la mia, e ce la può fare tutto il Paese.

Perché ha deciso di candidarsi?
Ho deciso perché volevo dare un senso ancora più pratico al mio impegno politico e culturale dentro la città. E l’ho fatto quando ho sentito crescere la simpatia intorno alla mia candidatura. È stata una scelta corale, di movimento, e di idee. Voglio imprimere un segno in questa campagna, con grande umiltà, ma con grande fermezza.

Il suo impegno per la città da dove comincia?
Comincia dalla denuncia della disoccupazione, nei lavori che ho svolto nel tempo per la Cgil, per esempio. Per arrivare ai miei lavori d’inchiesta sul sistema criminale barese, che sono oggetto di attenzione soprattutto fuori Bari e fuori Puglia. E ricomincia nel mio impegno di sociologo e di docente del Politecnico, dove costruisco con i miei studenti laboratori di partecipazione per rigenerare le nostre città… qualcosa che a Bari pochi vogliono fare. In definitiva il mio impegno parte da una forma di amore verso le persone, di interesse verso gli affetti e le relazioni tra esseri umani, madri e figli, per esempio, ma soprattutto dalla curiosità verso i modi di vivere insieme dei cittadini. I baresi meritano un impegno sorprendente, perché essi stessi sono sorprendenti, soprattutto in questa fase di profonda crisi economica.

Da candidato è cambiato il rapporto con gli studenti? Se si, come?
In verità ho alcuni miei studenti che mi chiedono di tenere delle lezioni all’aperto, di fare laboratori in piazza, vogliono che osi, che azzardi un qualcosa che a Bari non ha mai fatto nessuno. Li assecondo a piccole dosi, coinvolgendoli nell’elaborazione di idee per la città, senza mai confondere il piano politico con quello professionale. Le mie lezioni sono una pratica di partecipazione, quindi di libertà. Probabilmente i miei studenti vorrebbero che tutta la città fosse liberata con la partecipazione, come sta avvenendo nella ex caserma Rossani e come dovrà avvenire nella prossima programmazione urbanistica.

Cosa può fare Bari per i suoi giovani?
Da solo posso fare ben poco, ma dentro un gruppo si può fare tanto. Quando penso ai giovani della città, sono assalito dai volti della mia adolescenza, delle scorribande per la città a cercare risposte agl’interrogativi dell’età più bella e più fragile. I giovani sono fiori che Bari non deve far marcire, ma nutrire. Ecco, forse posso fare questo: dare un piccolo nutrimento a questa generazione che sale verso l’età adulta con generosità, e senza pretendere nulla in cambio.

Lei parla spesso di Rete tra formazione e lavoro, come pensa debba essere strutturata?
Con la centralità dei centri per l’impiego, dell’assessorato al welfare, di quello all’istruzione, costruendo un piano comunale per il lavoro che tenga dentro le parti sociali, quelle datoriali, e tutti quei soggetti pubblici e privati che mettono al primo posto dell’agenda barese il Lavoro. Me ne sono occupato in alcuni comuni della provincia, e la cosa ha dato i suoi frutti, anche nello stimolo all’impresa giovanile. Sono fiducioso, si può fare in tempi non lunghissimi.

Quale progetto culturale merita Bari?
Bari deve scegliere se continuare ad aderire alla sottocultura del pettegolezzo o volare verso le culture. Serve un distretto metropolitano della cultura, un sistema che integri contenitori, produttori, fruitori, operatori economici e comunicatori. Un sistema integrato capace di rendere la città attrattiva ed autorevole, di produrre reddito, di innalzare le competenze medie dei cittadini e di costruire un senso di comunità finalmente all’altezza della città. Bari se lo merita, ed è matura per un distretto di questo tipo.

Parità di genere nelle istituzioni, fumo negli occhi o concretezza?
Non lo so. Voglio vedere la qualità delle candidature tutte, maschi e femmine, nel rispetto della differenza, avendo la parità delle opportunità come obiettivo. Cosa ne verrà fuori, nessuno può dirlo, ma questo meccanismo della doppia preferenza m’incuriosisce, perché troppi lo ritengono un sistema al servizio delle candidature maschili, pochi come un sistema alla pari. In queste considerazioni si specchia lo squilibrio tra i generi presente nella città di Bari, uno squilibrio forte, ma poco percepito come tale, purtroppo.

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