5 Febbraio 2023 - Ore
Esperienze di vita

Le madri che se ne vanno, il femminismo che resta

Omaggio ad Adele Cambria, una delle madri del femminismo


“A me non piace piacere a molti, ma ai pochi a cui piaccio” (Adele Cambria)

Il vento del sud porta a Roma Adele da Reggio Calabria negli anni cinquanta.

Adele Cambria, una delle madri del femminismo romano e nazionale, dalla penna temibile e ironica, ci sorriderà ormai dai video e dalle foto, mentre continueremo a leggere del suo amore per la giustizia sociale, per l’uguaglianza, per il recupero amoroso della storia delle donne. Adele non aveva paura né di mostrarsi qual’era, né di schierarsi contro: la plutocrazia, l’omologazione, l’intolleranza, l’omofobia. Gli occhi chiari erano rimasti nel tempo curiosi e critici di qualunque sopruso; il femminismo era stato una prassi concretizzata con l’impegno, la solidarietà, lo scontro quando necessario a chiarire, la presenza in tanti luoghi diversi, senza chiudersi in settarismi dogmatici. Indagare le verità, senza presumerle, colpire la misoginia attraverso l’ironia, hanno fatto parte del suo impegno politico e femminista, dalla redazione di Effe negli anni Settanta fino alla fine.

Al suo sguardo il progredire dell’età aveva dato un ulteriore slancio alla libertà di parola, se mai Adele ne avesse avuto bisogno. Erano occhi fermi, senza paura, quasi spudorati nella libertà che insieme alle parole rivendicavano, quelli che insieme alle parole, in una delle ultime interviste rilasciate a Repubblica TV, non lasciavano adito a dubbi. Ma contemporaneamente, occhi leggeri, ironici, anche quando si riferivano a se stessa e alle sue esperienze private. Le foto d’epoca ce la mostrano bella, ricordava le donne gatto di Novella Parigini, e come lei stessa dice nell’intervista non aveva problemi con la sua femminilità; era contenta del suo aspetto fisico, e di lei non si poteva dire, come fa la vulgata, che apparteneva a quelle donne femministe perché talmente brutte da essere indesiderate.

Adele Cambria non era certo una che ha avuto paura di parlare, né di scrivere, personificando una delle massime del neo-femminismo degli anni Settanta: il non detto non esiste, tutto va nominato, tirato fuori, criticato, se serve dissacrato.

Dissacrante appunto il suo sguardo nel libro In principio era Marx, altrettanto il regista con cui si mise alla prova come attrice, Pier Paolo Pasolini. Antagonista nella direzione di Lotta Continua e di Effe. Romantico nell’Italia segreta delle donne, dove partiva, da calabra, dalla Magna Grecia, per esplorare nella Penisola quelle donne che il predominio maschile della cultura aveva reso estranee alle generazioni future.

Con lei mi sono incrociata tanti anni fa ormai, quando da generazione posteriore rispetto alla sua, avevo già chiara la percezione di quelle che come lei, sarebbero state definite le “madri del femminismo” e di ciò che avevano fatto per le altre, tutte le altre, venute dopo, anche per quelle che non si curano oggi di sapere chi fosse. Adrenalina pura immortalata nelle pagine dedicate alle donne: la passione nel raccontarsi e nel raccontare le donne. Il suo passo vivido dell’anima accende curiosità tra le righe del suo scrivere e del suo esserci. Lei accese la mia a 21 al Club delle donne primo incontro ma fatale: 1992.

Adele aveva un’idea assolutamente precisa delle storture sociali, provocate dalle diseguaglianze e dalle ingiustizie, come pure delle cattive relazioni fra i generi, basate sulla colonizzazione di un sesso sull’altro. La natura di combattente poteva renderla aspra, tagliente, ma non era settaria. Interveniva senza preclusioni, e l’ho incrociata in tanti ambienti diversi: a Minerva Club delle Donne, negli anni Novanta, nelle iniziative con Ginevra Conti Odorisio, a Roma Tre, alla Casa Internazionale delle Donne, in tante occasioni che non necessariamente la riguardavano; ma c’è in particolare un evento che me la fa ricordare con stima e tenerezza. Nel 2003, all’Università di Cassino e Lazio Meridionale, la Presidente del Comitato Pari Opportunità, prof.ssa Fiorenza Taricone, organizzò, un ciclo di Seminari sulle MGF, mutilazioni genitali femminili, in ottica interdisciplinare, come si usava e si usa ancora, dire.

Accettò con quell’immediatezza che viene da una militanza antica, con il minimo di chiarimenti necessari, perché tutto il resto lo sapevamo ed era già stato detto.

Nelle prime righe di Appunti di viaggio, – tratto da Libere tutte, liberi tutti: diritti umani e mutilazioni femminili- con la disinvoltura che non faceva sconti, narrava di un suo vicino di tavola, su una terrazza romana, famoso clinico romano, forse già sbronzo. “Prese a raccontare di come lui viaggiando in certi paesi africani portasse sempre con sé un paio di forbicine d’argento alcool e ovatta per disinfettare, aprire e godere, disse, delle adolescenti infibulate in Somalia, in Eritrea, Etiopia”.

Il saluto ad una penna dall’inconfondibile stile è assai arduo.

Per questo suo amore per la verità, la generosità e l’impegno in un periodo in cui il massimo dello sforzo per molte è ricavarsi del tempo per lo shopping e la cura dell’immagine, le dobbiamo molto.

Arrivederci Adele.

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